Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Il mondo dei professionisti tra gare e complessità, e più in generale l'approccio al ciclismo di ogni appassionato
Morris

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Nicola Minali

Nato ad Isola della Scala (VR) il 10 novembre 1969, professionista dal 1993 al 2002 con 50 successi su strada.

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Classico velocista da gruppo, con la particolarità di possedere una sprint non esageratamente lungo, ed ultimi cento metri al fulmicotone. Una lama di rimonta, insomma. Per un lustro, è stato tranquillamente nel poker di ruote più veloci del circuito professionistico, ed il suo palmares lo dimostra compiutamente, attraverso quelle tappe che sono la quintessenza del suo ruolino. La doppietta alla Parigi Tours nel '95 e '96, resta la stella principale della sua carriera. Nel suo tratto un dato comunque raro: è uno dei pochi velocisti che ha saputo vincere più volte tappe nei principali GT: due nel Giro d'Italia (1995 e 1998), tre al Tour de France (1994 e 1997) e ben sette alla Vuelta di Spagna (1995 e 1996). E, sempre di tappe, è pieno il resto del suo curriculum ciclistico: ne ha vinte alla Tirreno-Adriatico, al Giro della Puglia, alla Settimana Catalana, al Giro di Romandia, alla 4 Giorni di Dunkerque, alla Vuelta di Burgos, alla Vuelta della Comunità Valenciana, alla 3 Giorni di La Panne e al Tour of Rhodes. Unica sua vittoria di nota, extra gare a tappe, oltre alle due Tours, il Giro della Provincia di Siracusa '98.

Note (che metto qui, perché ci sono sopra, ma andrebbero in altro thread).
Nicola ha un figlio, ancora allievo che, a quanto dicono, sul sempre più prezioso Velodromo Fassa Bortolo di Montichiari, ha già fatto registrare tempi di rispetto internazionale assoluto sui 200 metri lanciati. Spero che Nicola (semmai dovesse leggere questa appendice), non lo allontani troppo dal legno di quell’impianto, perché alternando queste esperienze con la strada, il ragazzo crescerà meglio. Non dico si dedichi completamente alla specializzazione della velocità su pista, ma finché avrà costanza a provarsi, oltre alle soddisfazioni su quel versante (a mio giudizio, visti i tempi, anche superiori ai confini nazionali), arricchirà di qualità ulteriore le sue fibre, anche per il ciclismo sull'asfalto. Ci sono casi roboanti ed attuali a dimostrarlo.
Capisco che la mulesca FCI, non sia ancora stata capace di indicare un tecnico per la Scuola di velocità, aspetto non da poco, perché il settore rappresenta, da solo, più del 50% delle medaglie del ciclismo alle Olimpiadi. Ma è pur vero che anche i peggiori dispregiativi possibili che la FCI personifica come nessuno, nonostante lo stupido celarsi attuale dietro la mancanza di soldi (ci sono sempre i tagli delle velleità, cari signori!), prima o poi dovrà sciogliersi di fronte alle evidenze. E l’osservatore che scrive, che ama i talenti e s’incaz.za quando si gettano al vento, fra le evidenze, mette proprio anche il talento di Minali junior.

Morris


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Woodstock
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Sempre grande Morris, mi mandi in sollucchero! :clap:


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cauz.
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Morris ha scritto:Stefano Allocchio

Velocista adatto ai treni, senza averli mai potuti avere con tangibilità. Non scattista, ma ottimo in progressione. Forse pure un po’ timido, o perlomeno non deciso nelle fasi di ricerca della miglior posizione dalla quale sviluppare l’affondo.

stefano allocchio era davvero un ottimo sprinter, ma ho sempre avuto l'impressione che fosse nato in un'epoca sbagliata. mi confermi quest'impressione nel tracciare il suo profilo come "Non scattista, ma ottimo in progressione"... ed effettivamente credo che stefano avrebbe avuto una carriera piu' luminosa se avesse corso qualche anno piu' tardi, nelle volate ormai strutturate del dopo-cipollini, con pochi treni a fare a spallate e i velocisti lanciati a gran velocita' in strada aperta. invece si trovo' a correre quando i treni erano pochi e ancora inesperti, in un momento storico in cui le volate erano ancora un "terno al lotto" fatto di scaltrezze per prendere la giusta posizione e di rilanci continui a gran velocita'.
oltretutto allocchio fu affiancato poco da una squadra che correva i GT in appoggio a importanti uomini di classifica come bugno e rominger, e conseguentemente non aveva uomini da spendere a lavorare per il velocista (anzi, ricordo lo stesso allocchio a fare grandi trenate in pianura per i suoi capitani).


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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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visti gli ultimi nomi citati da morris, sarebbe interessante coinvolgere silvio martinello (che invitero' nel thread apposito) a dire la sua su questi sprinter con i quali spesso si e' trovato a condividere i rettilinei finali :)


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cancel58
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Spettacolare carrellata sui velocisti degli anni passati.
Propongo a Morris un ritratto di Giovanni Mantovani, sprinter vincente ( ricordo due vittorie di tappa consecutive al Giro dell'80) ma sfortunato( una o più cadute gravi gli impedirono di raggranellare successi più cospicui).
All'inizio degli anni 80 era un protagonsta delle volate e solo " l'ingordigia" di Saronni gli impedì di aggiudicarsi la maglia ciclamino :(


galibier98
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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bel corridore davvero Mantovani, avercene ora. Tra l'altro non solo velocista, era forte anche negli arrivi in leggera salita ( a Recanati al giro 81 secondo dietro Saronni che era imbattibile in quel tipo di traguardi) e anche nelle classiche italiane di media durezza (ha vinto un giro del Veneto, l'Etna e lo ricordo piazzato anche in corse molto dure come l'Agostoni). Quanti ricordi!!


Morris

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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cancel58 ha scritto:Spettacolare carrellata sui velocisti degli anni passati.
Propongo a Morris un ritratto di Giovanni Mantovani, sprinter vincente ( ricordo due vittorie di tappa consecutive al Giro dell'80) ma sfortunato( una o più cadute gravi gli impedirono di raggranellare successi più cospicui).
All'inizio degli anni 80 era un protagonsta delle volate e solo " l'ingordigia" di Saronni gli impedì di aggiudicarsi la maglia ciclamino :(
Ciao Grande Mario!
Bentornato!

Su Mantovani sarò più lungo del solito, aggiungendo la scheda analitica del corridore. Sulla spinta pure dell'intervento di Galibier 98.


Giovanni Mantovani

Nato a Gudo Visconti (MI) il 5 febbraio 1955. Velocista. Alto m. 1,70 per kg. 64/65. Professionista dal 1977 al 1988, complessivamente ha ottenuto 24 vittorie.

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Fisico compatto, regolare ed adatto a tante variabili del ciclismo d’allora, un po’ meno per i trasformisti odierni dello spesso falso progresso che, in nome di bianchi camici, hanno progressivamente arato la bussole del ciclismo. E Giovanni, alle eccellenti fibre bianche, univa un peso moderato e quelle buone fibre rosse, che gli consentivano il raggiungimento di traguardi non proprio vicini all’uso classico del suo guizzo velocistico. La sua stessa pedalata, era un insieme armonioso di stile, che gli garantiva piena trasmissione sul mezzo delle sue qualità. Definirlo solo velocista, alla luce della determinazione che si ha nell’oggi di questa variabile, rappresenta un urto, ma è certo che in volata era forte e riusciva a sublimare, con un buon insieme, sia lo scatto, che la progressione. Il fatto poi che non ci fosse, ai suoi tempi, l’uso sistematico dei treni, lo favoriva. Ma non divenne mai un velocista epocale, per la caratura degli avversari l’essere stato di taluni una spalla e, soprattutto, per le sfortune, incredibili, che lo coinvolsero al punto di tenerlo lontano dalle corse per tanto tempo, imponendogli recuperi che lo frenarono nella crescita e gli smussarono le sue punte qualitative. Ciononostante, seppe impreziosire la sua carriera di belle pagine e significative vittorie. Riuscì, tra l’altro, a far convivere la strada con quella pista che l’aveva evidenziato fin dalle categorie giovanili, anche se, su questo versante, pagò non poco la caduta di settore che stava elevandosi in Italia nei suoi anni migliori. Dopo una buona carriera da dilettante, vinse al debutto professionistico il Titolo italiano nella corsa a punti indoor, battendo il giovane, ma già validissimo Giuseppe Saronni, nonché la tappa di Molfetta al Giro di Puglia. Dopo un simile lancio che lo aveva posto sulle bocche dell’osservatorio come emergente destinato a grandi pagine, nel gennaio del 1978 subì uno stop, che, a detta degli stessi medici, gli avrebbe precluso la continuazione della carriera ciclistica. La causa: un incidente sulla neve, dove s’era trovato nella necessità di salvare il nipotino, da un cavallo imbizzarrito, che gli procurò tre fratture alla gamba sinistra, due al femore e una al ginocchio. Dopo otto mesi senza toccare la bici, con un grosso ferro sul femore sinistro, provò quello che per gli altri era impossibile e, sulla spinta ulteriore di riprendere carriera anche per sposarsi, fu capace di tornare a correre. Il due aprile del 1979, circa 15 mesi dopo quell’incidente che gli aveva lasciato una gamba più corta e più magra, tornò alla vittoria aggiudicandosi la Tolosa – Aranaz, prima tappa del Giro dei Paesi Baschi. Il resto della stagione fu all’insegna di un recupero agonistico, a cui non fece probabilmente bene, la partecipazione al Tour de France, dove si ritirò nel corso della quindicesima tappa. Un periodo comunque importante, perché pur capendo di non avere più lo spunto velocistico di prima, grazie alla determinazione per ritrovarsi, si ritrovò con una soglia della sofferenza più alta, che gli consentiva una miglior tenuta su quelle salite che prima lo vedevano arrancare. Era diventato un corridore diverso, sempre veloce, ma adatto anche a corse tecnicamente più complicate. L’arrivo alla Hoonved Bottecchia nel 1980, guidata dall’istrione Dino Zandegù, fu l’ideale per Giovanni. E lo dimostrò nel migliore dei modi al Giro d’Italia, dove fu autore di uno stupendo ambo di vittorie, nella nona e decima tappa, a Sorrento e Palinuro. Nella prima, al termine di una volata a ranghi compatti e, nella seconda, che presentava un finale da classica, attraverso uno sprint su tre compagni di fuga. Fu un Giro dove Mantovani, ai due successi, accostò altrettanti secondi posti, nonché 3 terzi posti. Chiuse poi l’anno, con un significativo Argento, ai Mondiali su pista nella corsa a punti. Alla fine di quel 1980, nonostante Pierino Gavazzi lo giudicasse il miglior sprinter in circolazione, si capì che Giovanni era destinato ad un futuro deviato dal velocista “solo-volatone”. Nei rimanenti otto anni, dei dodici della sua carriera, vinse classiche come il Giro del Veneto '81, la Milano-Vignola '82, il Giro dell'Etna '83, la Tre Valli Varesine '85 e la Nizza-Alassio '86; una corsa a tappe, il Giro di Puglia nell'84, una manifestazione a cui era particolarmente legato, visto che in cinque edizioni, oltre al successo assoluto citato, vinse anche sei frazioni. Al suo attivo pure tappe del Giro del Trentino '81 (Mezzocorona e Rovereto), nel Tour dei Midi Pirenées ‘82 (a Tarbes e Tolosa), nel Griffin West-Australia '86 (corsa di due settimane e mezzo, dove vinse la 3a e la 12a frazione). Sempre nella terra dei canguri, conquistò nel 1986 il Campionato Internazionale d’Australia, che si teneva a Perth. E’ stato azzurro ai Mondiali di Giavera del Montello nel 1985, dove si ritirò.

La sua scheda

ANNO SQUADRA
1977 Brooklyn
1978 Selle Royal Inoxpran
1979 Inoxpran
1980 Hoonved Bottecchia
1981 Hoonved Bottecchia
1982 Fam Cucine Campagnolo
1983 Gis Gelati
1984 Malvor Bottecchia Vaporella
1985 Supermercati Brianzoli
1986 Vini Ricordi Pinarello
1987 Selca Thermomec
1988 Atala Campagnolo

Vittorie:
1977 Campionato Italiano Corsa a Punti Indoor
1977 Tappa Molfetta (Giro di Puglia)
1979 Tappa Arenaz (Giro dei Paesi Baschi)
1980 Tappa Sorrento (Giro d'Italia)
1980 Tappa Palinuro (Giro d'Italia)
1981 1a Tappa Giro del Trentino
1981 3a Tappa Giro del Trentino
1981 Giro del Veneto
1982 3a Tappa Tour Midi Pyrenées
1982 4a Tappa Tour Midi Pyrenées
1982 Milano - Vignola
1983 Giro dell'Etna
1983 Cronostaffetta con Moser - Lang e Masciarelli
1983 Tappa Martinafranca (Giro di Puglia)
1984 Tappa San Giovanni Rotondo (Giro di Puglia)
1984 Tappa Manfredonia (Giro di Puglia)
1984 Giro di Puglia (classifica finale)
1985 Tappa Martinafranca (Giro di Puglia)
1985 Tre Valli Varesine
1986 Tappa Polignano a Mare (Giro di Puglia)
1986 Nizza - Alassio
1986 Campionato Internazionale d'Australia
1986 3a Tappa Griffin West-1000 km. d'Australia
1986 12a Tappa Griffin West - 1000 km. d'Australia

Piazzamenti al Giro d'Italia:
1980 57°
1981 65°
1985 109°
1986 115°

Altri piazzamenti di rilievo:
1980 3° Tappa Imperia (Giro d'Italia)
1980 2° Tappa Parma (Giro d'Italia)
1980 2° Tappa Fiuggi (Giro d'Italia)
1980 3° Tappa Lecce (Giro d'Italia)
1980 3° Tappa Teramo (Giro d'Italia)
1981 2° Tappa Bibione (Giro d'Italia)
1981 3° Tappa Recanati (Giro d'Italia)
1981 3° Giro di Puglia
1981 2° Giro di Campania
1981 3° Giro del Trentino
1981 2° Gran Premio Camajore
1981 2° Coppa Bernocchi
1981 3° Milano - Vignola
1981 3° Tappa Livorno Montenero (Giro d'Italia)
1982 3° Giro dell'Umbria
1982 3° Sassari - Cagliari
1982 2° Tappa Caserta (Giro d'Italia)
1983 3° Trofeo Pantalica
1983 2° Sassari - Cagliari
1984 3° Tappa Numana (Giro d'Italia)
1984 2° Giro di Romagna
1984 2° Giro del Lazio
1984 2° Tappa Marconia di Pisticci (Girod'Italia)
1985 2° Giro di Toscana
1985 5° Milano - Sanremo
1985 3° Coppa Bernocchi
1985 2° Tappa Modena (Giro d'Italia)
1985 3° Tappa Domodossola (Giro d'Italia)
1988 3° Gran Premio Francoforte Henninger Turm

Presenze in Nazionale:
1985 ritirato a Giavera del Montello

Note:
1980 2° nel Campionato del Mondo Individuale a Punti su Pista


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giangi1964
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Ho qualche ricordo sfuocato di Rik Van Linden in maglia Bianchi al Giro.
Chissà se Morris può rimettermelo a fuoco (logicamente se lo ritiene degno di entrare nella lista dei grandi velocisti).
Poi credo non possa mancare Patrick Sercù ...


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cauz.
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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mi accodo, visto che siamo alle richieste tipo jukebox :)
tornando ai velocisti degli anni '90... mi piacerebbe ricordare un corridore che non sono mai riuscito a comprendere appieno, ovvero jeroem blijlevens (l'ho scritto sicuramente sbagliato, ma si capisce...).


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Morris

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Il ritratto di Patrick Sercu che riporto, è quello che scrissi per “Graffiti”, defunta rubrica di Cicloweb, non più trovabile sul web.
Aggiungo le note che seguono, perché mi scoccia parecchio trovare il mio testo su Patrick, riportato a piè pari su tanti siti, senza aggiungere in calce la firma “Morris” (che non è un nick, ma lo pseudonimo col quale ho pure firmato libri). Solo un sito, Museociclismo, col quale esisteva un accordo, è stato corretto. Gli altri no! Marco Grassi, può confermare quanto sopra.
Il fastidio, non mi nasce da quei copia-incolla tanto comuni nel mondo del web, ma nella mancanza di rispetto, anche perché non avrei mai chiesto cachet. E siccome questo vezzo sta continuando su altri corridori che ho ritratto, sono qui a dichiarare, visto che vengono a prenderli anche dal forum, che le monografie firmate Morris, sono di proprietà di Cicloweb, pertanto, un uso di questi su altri consessi, va sempre accompagnato dalla firma Morris e dal riferimento a Cicloweb, alla luce di una legge che distingue i degni, dai mediocri o peggio: la correttezza. Non so se ci sono vie legali per imporre tutto ciò, non sono uno che brilli per vicinanza al mondo dei fori. Sono più semplice e tribale, amo il buon senso e, appunto, la correttezza. Aspetti sempre più claudicanti in quei consessi, tanto in chi difende, quanto in chi accusa e, persino, in chi giudica.
Chi è giunto fin qui, mi scusi per lo sfogo.


Patrick Sercu, un principe del ciclismo

Nato a Roeselare, il 27 giugno 1944. Velocista. Professionista dal 1965 al 1983, con 103 vittorie su strada, oltre 200 su pista tra le quali 88 Seigiorni su 224 disputate.

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Non è facile scrivere in poche righe chi è stato Patrick Sercu. L'ammirazione, ed un segno di gratitudine per quello che ha fatto vedere ai sinceri sportivi di tutto il mondo, ti porta a dire semplicemente: "Un Grande!". Il tutto, debitamente maiuscolo, proprio per quella spontaneità che viene dall'immanenza. In pista è stato il "Sire" in assoluto, su strada è stato capace di soffrire ed applicarsi, divenendo un evidente in grado di ritagliarsi uno spazio in piena era Merckx, ovvero in contemporanea al corridore più forte che i miei occhi abbian mai visto. Un uomo spontaneo, simpatico, cordiale e intelligente. Un signore. Verso atleti come Sercu, hai sempre l'obbligo di considerarti fortunato nell'averli visti, nel poter dire a figli e nipoti che c'eri anche tu e che non t'importa del tempo passato, perché l'arte, e quella sportiva lo è, non ha mai morte e rimane legata come un penate all'intero segmento di vita.
Patrick Sercu, nato il 27 agosto 1944 a Roeselare per i fiamminghi, Rouleurs in lingua francofona, raccolse la passione verso la bicicletta dal padre, Albert, che era stato un eccellente corridore, ma aveva un difetto: non era veloce abbastanza. Per questo motivo, non poté raccogliere il palmares che le altre facoltà meritavano e per questa caratteristica, s'era fatto giocare dall'astuto olandese Middelkamp, ai campionati mondiali del 1947.
Forse, per devozione alle volontà di rivincita del genitore, il piccolo Patrick alimentò sin da subito uno straordinaria sensibilità verso la velocità e lo sprint. Divenne così ben presto corridore e pistard in particolare. La sua crescita in termini di riscontri cronometrici e di vittorie, seguì la costante del successo e nel 1963, a soli 19 anni, dopo aver vinto il campionato belga della velocità dilettanti, sul velodromo di Rocourt, si laureò campione mondiale della specialità. Nel 1964 stabilì a Bruxelles il record mondiale del chilometro con partenza da fermo su pista coperta, quindi, sulla medesima prova, vinse la Medaglia d'Oro alle Olimpiadi di Tokyo.
Anche nella velocità, si mostrò più che competitivo, arrivando alle semifinali, dove fu battuto dall'italiano Giovanni Pettenella (poi Olimpionico) e, nella finale per il bronzo, dal francese Daniel Morelon. I giochi giapponesi però, segnarono l'inizio di una leggenda, perché dalla pista a cinque cerchi di Tokyo, Patrick divenne fino all'ultima corsa svolta, l'attrazione principale di ogni manifestazione sui velodromi. Qualche dato: 59 titoli ufficiali conquistati, 88 Sei Giorni vinte (record assoluto!), 8 titoli di campione belga da dilettante (velocità, omnium, americana) e ben 29 fra i professionisti, divisi in tutte le specialità escluso il mezzofondo; i titoli mondiali nella velocità professionisti nel '67 e '69 e 18 titoli di campione d'Europa divisi nelle varie specialità, compresi i derny. Ottenne la sua prima vittoria da seigiornista nel 1965 a Gand, in coppia con Eddy Merckx, verso il quale l'univa una forte amicizia.
Il 18 settembre 1973, sulla pista del Vigorelli, batté il record del mondo dei 1000 metri lanciati che apparteneva a Marino Morettini, percorsi in 62"46 alla media di 57,636 kmh. Meno di tre mesi dopo, il 9 dicembre, a Città del Messico, fece ancora meglio e ottenne un primato incredibile per quei tempi e non solo, volando sul chilometro alla media di 58"794!
Anche su strada, il suo segno vincente si determinò con una palpabilità impressionante. Studiare oggi il corso della carriera di Patrick Sercu, è il modo migliore per capire e concepire il senso più vero di un ciclismo fondato sulle doti naturali e sugli spazi che ci sono per non arrivare a quella esasperazione specialistica che tanto incide, negativamente, sulla possibilità di reperire nuovi appassionati ed è, nel contempo, un inno al doping. Sercu era un genio delle specialità veloci della pista e seppe vincere su strada, oltre alle tappe classiche dei velocisti, anche delle brevi corse a tappe. Certo, Patrick era un fenomeno, ma studiando il suo tratto, ritroviamo ampi margini per rafforzare convinzioni e verità sulle essenze del ciclismo che tanto osservatorio sottostima, o non vede proprio.
Nel palmares di Sercu, non figura nessuna grande classica, ci sono però moltissime semi-classiche belghe tipo la Kuurne-Bruxelles-Kuurne ('77); la Sassari-Cagliari ('73), il Giro di Sardegna '70 (dopo un grande duello con Eddy Merckx), 14 tappe al Giro d'Italia (ne ha corsi sette) 6 tappe al Tour (ne ha disputati due, ma ha indossato la maglia gialla e ha vinto la classifica a punti nel '74), una miriade di tappe di tour brevi, come Tirreno-Adriatico, Parigi-Nizza, Giro di Puglia, Giro di Sardegna, Giro del Mediterraneo, Delfinato, per un totale di 103 affermazioni.
Chiuse la sua inimitabile carriera, nel febbraio del 1983, nella Sei Giorni di Milano corsa in coppia con Argentin. Conclusa l'attività da atleta, è stato assunto dalla Lega belga come tecnico per la pista, dimostrando, anche in questa mansione, le sue doti, il suo intuito e quelle qualità umane che lo han sempre contraddistinto. Successivamente s'è impegnato nell'organizzazione e nella direzione di molte Sei Giorni. Corretto come pochi da corridore e gentleman nella vita. Un signore ed un personaggio verso il quale una semplice stretta di mano e da considerarsi come un premio ambito.

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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Kamiel “Rik” Van Linden

Nato a Wilrijk il 28 luglio 1949. Velocista. Professionista dal 1971 al 1983 con 102 vittorie.

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Molti l’han dimenticato ma all’anagrafe, il più famoso dei Van Linden (anche il fratello Alex correva, ma non era certo bravo come lui) si chiamava Kamiel. Divenne "Rik", perché il padre Jozef (anch’egli ex corridore professionista), prima di tutti intuì le sue doti di sprinter e lo inviò alle gare, con quel diminutivo così legato ai suoi idoli Van Steenbergen e Van Looy.
La strada fece poi il resto perché Kamiel, si dimostrò davvero uno a cui poteva benissimo calzare le scarpe dei “Rik”. Va subito detto che la carriera di Van Linden fra i professionisti, non è stata pari alle attese nate dagli oltre 359 successi ottenuti nelle categorie giovanili, record d’ogni tempo. Il tutto per un motivo che rappresenta la faccia sporca della sua stessa medaglia aurica: lo sprint. Rik, era spericolato oltre ogni limite e concepiva la volata come un rodeo, quando doveva usarlo come fendente finale delle sue altre buone doti. Fosse stato più tranquillo e senza l’angoscia di determinarsi velocista incredibile, da professionista, avrebbe vinto di più e meglio, del già tanto che vinse. Il figlio di Rik, era iscritto a questo forum nella versione precedente, ed è pure intervenuto più volte: ed io avrei piacere se potesse dire al padre che nessuno, nell’osservatorio del tempo, gli ha mai voluto sfregiare la purezza e la grandiosità delle sue fibre bianche, ma è indubbio che da lui ci si aspettasse la ponderazione che il traguardo, prima di tutto va colto e, poi, magari, lo si può dipingere con lo stupore e l’incanto. Cercare quest’ultimo aspetto da subito, soprattutto quando lo si deve fare nella variabile cerebrale dello sprint, può alla fine sfinire o contorcere il vero motivo-meta: la vittoria. Nel caso di Rik Van Linden, spesso, a sconfiggerlo non erano gli avversari, ma se stesso. Un peccato, perché la sua volata era completa, non gli mancava nulla, dalla potenza, alla scelta dei tempi dell’acuto, dal guizzo, alla progressione. Alla fine, con la sua confusione frutto dell’ingordigia cominciò a sbagliare, partendo o troppo lungo, o troppo tardi, o, peggio ancora, svolgendo sprint alla kamikaze, con tutto quel che ne seguiva, anche in termini di cadute. Era un grande, ma ha fatto di tutto per esserlo meno. Resta ai miei occhi uno degli ultimi velocisti totali, uno dei più belli per chi giustamente deve apprezzare le qualità. Fatto sta che nel suo albo d’oro, a parte i due stupendi successi alla Parigi Tours nel ’71 e ’73 e pur con altri 100 traguardi raggiunti, non ci sono quelle corse che erano alla sua portata, comprese altre classiche. E lo dico alla luce di un fatto: Rik non era solo uno che assorbiva i tavolieri, perché altrimenti non avrebbe vinto la maglia verde al Tour ’75, un’edizione battagliata, non solo per il duello Merckx-Thevenet, ma per la prorompente prima settimana di Moser, che rese dispendiosa quella Grande Boucle. Comunque i suoi maggiori successi dopo i due nella “Classica dei Castelli della Loira” sono: il Giro della Sardegna '74, la Milano-Vignola '75, '76 e '78, il Giro della Campania '76 e la Milano-Torino '77 oltre a 9 tappe del Giro d'Italia, 4 al Tour de France, tre delle quali nell’edizione '75, dove, come detto, conquistò la classifica a punti, nonché 2 tappe alla Vuelta di Spagna.

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tornando ai velocisti degli anni '90... mi piacerebbe ricordare un corridore che non sono mai riuscito a comprendere appieno, ovvero jeroem blijlevens (l'ho scritto sicuramente sbagliato, ma si capisce...).
Appena potrò, ci sarà il ritratto di "volata corta" Jeroen Blijlevens, uno che, come Van Poppel, le prime grandi esperienze nel "dopo", le ha fatte nel ciclismo femminile. Nel caso di Jeroen, sono davvero enormi, visto che è il tecnico del più grande fuoriclasse esistente nel pedale ogni-sesso odierno: Marianne Vos.
Ciao!


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Morris ha scritto: E siccome questo vezzo sta continuando su altri corridori che ho ritratto, sono qui a dichiarare, visto che vengono a prenderli anche dal forum, che le monografie firmate Morris, sono di proprietà di Cicloweb, pertanto, un uso di questi su altri consessi, va sempre accompagnato dalla firma Morris e dal riferimento a Cicloweb, alla luce di una legge che distingue i degni, dai mediocri o peggio: la correttezza. Non so se ci sono vie legali per imporre tutto ciò, non sono uno che brilli per vicinanza al mondo dei fori. Sono più semplice e tribale, amo il buon senso e, appunto, la correttezza. Aspetti sempre più claudicanti in quei consessi, tanto in chi difende, quanto in chi accusa e, persino, in chi giudica.
non sono nemmeno io un intenditore di vie legali, ma credo che una semplice licenza "creative commons" applicata al forum basterebbe a imporre l'obbligo di citare la fonte.
per quanto mi riguarda, poi, ogni volta che mi sono trovato in situazioni simili ho sempre contattato il sito "incollatore" (quando ero interessato, ovviamente) chiedendo che fosse specificato l'autore, e devo dire che il piu' delle volte ha funzionato senza alcun problema.

Anche nella velocità, si mostrò più che competitivo, arrivando alle semifinali, dove fu battuto dall'italiano Giovanni Pettenella (poi Olimpionico) e, nella finale per il bronzo, dal francese Daniel Morelon.
piu' di una lacrimuccia nel ricordare il buon pettenella. grande corridore e persona squisita, un maestro vero e proprio della disciplina della bicicletta, e un visionario per quanto riguarda l'evoluzione del mezzo.
questa rubrica e' riferita alla strada, e quindi pettenella non e' di casa da queste parti, pero' il fatto che venga nominato, perdipiu' nell'occasione migliore, ovvero la sua vittoria a danni di vere divinita' dello sprint, non fa che rallegrarmi. :)

:cincin: un brindisi alla memoria di pettenella.


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galibier98
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Non vorrei dire una cavolata ma Van Linden non è stato più lo stesso dopo la caduta con Maertens nella volata della tappa del Mugello al Giro '77. è così Morris?


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Abruzzese
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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galibier98 ha scritto:Non vorrei dire una cavolata ma Van Linden non è stato più lo stesso dopo la caduta con Maertens nella volata della tappa del Mugello al Giro '77. è così Morris?
Da ciò che avevo letto mi pare che fosse il contrario: Maertens nel biennio '76-77 vinceva a ritmo impressionante (in quel Giro aveva già vinto 7 tappe e prima aveva dominato la Vuelta con lo stratosferico record di 13 successi di tappa conquistati). La caduta al Mugello gli provocò dei seri problemi ad un polso e da lì cominciò la sua prima parabola discendente, che mitigò solo nel 1981 (quando vinse, mi pare, 5 tappe al Tour con annessa maglia verde e poi il mondiale di Praga, celebre per le polemiche riguardanti la nazionale azzurra). Comunque sia il declino di Maertens fu dovuto anche ad altre vicende, ricordo benissimo che Morris gli dedicò un ritratto sul vecchio forum in cui si parlava di tutto ciò.


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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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sì sì giusto quello che dici, fu l'inizio della crisi anche per Maertens


Morris

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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cauz. ha scritto: piu' di una lacrimuccia nel ricordare il buon pettenella. grande corridore e persona squisita, un maestro vero e proprio della disciplina della bicicletta, e un visionario per quanto riguarda l'evoluzione del mezzo.
questa rubrica e' riferita alla strada, e quindi pettenella non e' di casa da queste parti, pero' il fatto che venga nominato, perdipiu' nell'occasione migliore, ovvero la sua vittoria a danni di vere divinita' dello sprint, non fa che rallegrarmi. :)

:cincin: un brindisi alla memoria di pettenella.
Caro Cauz, quando parli di Vanni Pettenella, mi si stringe il cuore.
La sua vittoria alle Olimpiadi la vidi in diretta televisiva, ma la ricordo un po’ diversa nell’inquadratura, rispetto al riporto su youtube.
Come posso poi dimenticare, circa un anno dopo, nell’immancabile visione quotidiana di “Carosello”, il famoso spot di Ovomaltina, aperto ai campioni dello sport, che dedicò una sua puntata a Vanni, il quale, dopo il riporto delle sue imprese, terminava recitando la celeberrima frase: “Ovomaltina da forza!”.
E poi il suo record di surplace, di 1h3’05” (che è tutt’oggi record mondiale in gara), sulla pista di Varese ai Campionati Italiani ’68, al cospetto di Sergio Bianchetto (lo stesso della Finale Olimpica che poi conobbi e col quale sono stato ore a ridere e scherzare…), lo ricordo come fosse adesso, perché fui uno di quelli che non si staccarono dalla TV, nonostante Nando Martellini, poveretto, fosse stato costretto a dare la linea ad altri programmi per tre volte. Ma i due non volevano saperne di mollare quella posizione e quello stress, che poi portò Sergio a svenire. Ero sugli spalti dei Campionati Italiani su pista di Forlì, nel ’69, ad aspettarlo e ricordo bene la delusione nel non vederlo competitivo.
Da tifoso di Maspes, Vanni fu colui che lo sostituì nelle mie preferenze.
Pettenella non aveva la potenza e la progressione dei primissimi, ma possedeva una capacità tattica mostruosa. Le sue volate erano scienza, la medesima che poi ha messo a disposizione della bicicletta e della sua evoluzione. Un genio che, senza il ciclismo, sarebbe stato destinato al commercio dei polli e di altri animali da fattoria.
Uno che purtroppo non ho conosciuto di persona e di ciò porto un rammarico struggente, perché so che non sarà più possibile recuperare.
Su Vanni Pettenella non è possibile un ritratto in questo thread, per la sua limitata presenza alle gare su strada, ma quello che ho già scritto da tempo, prima o poi finirà su Cicloweb…..
Mi unisco al brindisi per un grande! :cincin:


P.S. A più tardi per altre risposte... Ora devo scappare!


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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Morris ha scritto: Come posso poi dimenticare, circa un anno dopo, nell’immancabile visione quotidiana di “Carosello”, il famoso spot di Ovomaltina, aperto ai campioni dello sport, che dedicò una sua puntata a Vanni, il quale, dopo il riporto delle sue imprese, terminava recitando la celeberrima frase: “Ovomaltina da forza!”.
eccolo :)


(in generale il tipo che l'ha messo su ha raccolto un po' di video su vanni:
http://www.youtube.com/user/mariolino68 )
Pettenella non aveva la potenza e la progressione dei primissimi, ma possedeva una capacità tattica mostruosa. Le sue volate erano scienza, la medesima che poi ha messo a disposizione della bicicletta e della sua evoluzione. Un genio che, senza il ciclismo, sarebbe stato destinato al commercio dei polli e di altri animali da fattoria.
Uno che purtroppo non ho conosciuto di persona e di ciò porto un rammarico struggente, perché so che non sarà più possibile recuperare.
nemmeno io ho avuto occasione di conoscerlo, ma dalla sua bottega sono passati tanti amici e ne sono usciti ricchi di aneddoti e di conoscenze. tanto mi basta per capire quanto "il vanni" fosse veramente un Grande. :)


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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Abruzzese ha scritto:
galibier98 ha scritto:Non vorrei dire una cavolata ma Van Linden non è stato più lo stesso dopo la caduta con Maertens nella volata della tappa del Mugello al Giro '77. è così Morris?
Da ciò che avevo letto mi pare che fosse il contrario: Maertens nel biennio '76-77 vinceva a ritmo impressionante (in quel Giro aveva già vinto 7 tappe e prima aveva dominato la Vuelta con lo stratosferico record di 13 successi di tappa conquistati). La caduta al Mugello gli provocò dei seri problemi ad un polso e da lì cominciò la sua prima parabola discendente, che mitigò solo nel 1981 (quando vinse, mi pare, 5 tappe al Tour con annessa maglia verde e poi il mondiale di Praga, celebre per le polemiche riguardanti la nazionale azzurra). Comunque sia il declino di Maertens fu dovuto anche ad altre vicende, ricordo benissimo che Morris gli dedicò un ritratto sul vecchio forum in cui si parlava di tutto ciò.
Che la parabola discendente di Van Linden, si determinasse anticipata rispetto alla media, era abbastanza prevedibile. Nella storia del pedale, si possono applicare tante statistiche in grado di impreziosire le analisi, ma ne esiste una, così palpabile ed evidente, da rendere superflua una simile disamina: chi corre e/o vince troppo nelle categorie minori, si ferma prima degli altri nel ciclismo professionistico. Una realtà che ha continuato ad essere tale, anche con l’ingresso del doping ematico e dell’odierno “figlio a maglia comunque bucata, chiamato passaporto biologico”, ovvero capaci di allungare le carriere e di cementare il concetto di “doping uguale ad elogio della mediocrità”, ma non a scalfire la necessità di usare le categorie precedenti al professionismo come una pericolosa fase propedeutica al ciclismo che fa la storia.
Bene, nessuno, nemmeno Eddy Merckx, o un grandissimo precoce talento, sconosciuto ai più, come Jos Wouters, è stato capace di vincere, prima del professionismo, come Rik Van Linden. 359 vittorie nelle categorie giovanili, significano praticamente 359 giorni di corse vinte: un anno intero da vincente, su un universo possibile di poco più di sei. Fra queste, le corse su pista sono pochissime, 57, perché Rik frequentava i velodromi e vinceva pure lì, ma le sue frequenze erano decisamente minori rispetto ad altri nobili. Val qui la pena riportare il frazionamento anno su anno delle 302 su strada. 1965, Debuttante 50 vittorie (universo partecipativo 66); 1966 Allievo 48 (86); 1967 Allievo 60 (95); 1968 Dilettante Junior 73 (114) - record mondiale; 1969 Dilettante 31 (96); 1970 Dilettante 22 (103), 1971 ( fino al 25 luglio, poi prof) 18 (63). Praticamente una vittoria su due corse. Fra quella montagna di successi, ci sono prove lunghe quanto diverse corse professionistiche odierne e ci sono due Gand Wevelgem e un Giro delle Fiandre.
Passato professionista a 22 anni tondi, il 26 luglio 1971, il 2 ottobre successivo, vinceva la Parigi-Tours, di 285 km (!), superando allo sprint Marino Basso, Gerben Karstens, Walter Godefroot e Cyrille Guimard. Le tante parole che si spendono oggi sulla lunghezza della Sanremo, per i più giovani o per certi corridori dalla tenuta considerata flebile, fanno parecchio ridere, se vogliamo essere sinceri, perché la distanza è l’ultimo dei problemi se uno ha qualità notevoli. Ci si sta abituando troppo “all’elogio della mediocrità”. Detto ciò, la miglior impresa della carriera fin qui svolta da “Cavedano” Cavendish, che a 24 anni vinse la Classicissima, è roba nemmeno da confrontare con quanto fece Van Linden alla “Tours” ‘71. Certo, anche l’impresa di Rik s’impoverisce, al cospetto di quanto fece Jos Wouters, sempre alla Parigi-Tours, nel 1961, quando, da indipendente aggregato alla “Solo-Van Steenbergen”, ed a soli 19 anni e sette mesi, si bevve il meglio del ciclismo mondiale, con un misto di qualità da sprinter e finisseur. Anche da qui, dunque, viviamo un’altra eco di quello che moltissimi sanno, ma che per ovvi interessi, è bene non dire: il ciclismo ha progressivamente raccolto atleti di qualità naturali inferiori a quelli di un tempo. E non lo dico perché sono vecchio e faccio azione nostalgica, ma solo perché è lapalissiano. I migliori atleti di base vanno altrove e se ci capita un’eccezione, questa automaticamente diventa una stella, che i santoni renderanno, direttamente o indirettamente, sempre meno lucente alla faccia del progresso (spesso del men.ga). E non è un caso, se il non lontano scomparso Peter Post, nel 1964, vinse la Roubaix, percorrendo i 265 km a 45,129 di media, ovvero quel record che nemmeno il torpedone-concorde Mapei del ’96, è stato capace di scavalcare, anzi, si beccò un paio di chilometri. A tal proposito, visto che qualcuno, anche qui mi pare, parlò a suo tempo di una giornata di vento a favore eccezionale e di condizioni atmosferiche eccellenti, voglio specificare che la suddetta ambientazione è esagerata, per quanto riguarda la prima nota e decisamente falsa, per la seconda. I concorrenti partirono sotto una pioggia gelida e la giornata, su una costante di clima freddo, propose diversi segmenti di scrosci d’acqua, che resero molto fangoso e scivolosissimo il pavé. Mentre sul vento, questi spirò per tre quarti del percorso, abbastanza obliquo a favore della marcia dei corridori, ma non fu fortissimo e, alla luce dell’obliquità, impose ventagli difficili, proprio per la particolare morfologia del tracciato. Ho citato questa impresa, a suffragio di quanto sostenuto sopra, per rimarcare i significati che si celano dietro una constatazione lampante: da una parte il ciclismo è considerato il re del doping, mentre dall’altra, è l’unico sport che possiede ancora un record distante praticamente mezzo secolo. Trattasi di dato, su cui certi giornalisti di fogli un tempo nobili ed oggi catapecchie, dovrebbero riflettere con concentrazione per giorni.

Tornando a Van Linden e all’osservazione di Galibier.
La caduta del Mugello, al Giro ’77, giunse quando Rik aveva quasi 28 anni. Freddy Maertens poco più di 25. Rik, era un campione, soprattutto di variabile. Freddy, un “Mostro del pedale”. Van Linden non era mai sbocciato compiutamente, ed aveva già dato segni di flessione, perlomeno si capiva che poteva solo calare, pur continuando a vincere. Freddy, nonostante un volume di vittorie alla Merckx, forse per onorare la maglia iridata che portava, appariva addirittura in crescita. Poteva addirittura vincere quel Giro, dopo aver dominato la Vuelta. La gravità della caduta al Mugello, fu decisamente più pesante per Maertens, che ne uscì come un corridore trasformato. Quel polso non ne voleva sapere di ritornare a posto, ed il dolore s’andò ad aggiungere ai suoi guai personali. Il resto del ’77, fu discreto per Freddy che, pur correndo non al meglio, vinse ancora. Idem nel ’78, quando arrivò a conquistare la Maglia Verde al Tour e vinse due tappe, ma nelle classiche, a parte la vittoria nell’Het Volk, che illuse un po’ tutti, subì una flessione notevole. In fondo, era l’unico atleta capace di vincere oltre cinquanta gare l’anno, ovvero il limite che sapeva superare con costanza solo Eddy Merckx. Nel 1979 e 1980 sparì, poi si rifece con Guillaume Driessens nell’81, ma fu il canto del cigno. Da “Mostro del Pedale”, dopo quella caduta, nonostante talune giornate gloriose, concretizzò un tonfo enorme, amaro, da shock.
Per Van Linden invece, che partiva da uno stadio più basso, ed era più vecchio e logoro, il ’78 fu un ottimo anno: vinse il Titolo belga, colpo che non gli era mai riuscito prima, conquistò tre tappe al Giro d’Italia, la Milano Vignola e una frazione della Tirreno Adriatico. Il crollo avvenne dopo, dal ’79, come per Freddy. Rik però, al compimento dei 30 anni, era un corridore praticamente finito, aveva speso troppo, lo si sapeva e non era un “Mostro del Pedale”. Nel 1981, divenne compagno di squadra di Freddy, nella Boule d’Or-Colnago di Driessens, ma con lui, nemmeno il “mago” belga, probabilmente il miglior diesse di tutti i tempi, riuscì a rigenerarlo.


galibier98
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Messaggio da leggere da galibier98 »

non ricordavo proprio le tre tappe vinte al giro '78! comunque è incredibile come, mediamente, a quei tempi s'arrivasse al vertice in età più giovane. Questo valeva per tutti gli sport, mi viene a mente soprattutto lo sci


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pacho
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Messaggio da leggere da pacho »

In attesa che Silvio trovi un attimo di tempo oer scrivere direttamente qui, giro qualche sua considerazione ripresa dal 3D 'domande a Silvio Martinello'
Silvio Martinello ha scritto:
pacho ha scritto:Gentile Silvio,

tempo fa sul forum c’era un bellissimo thread riguardante i velocisti degli anni 90, che mi ha riportato indietro al tempo in cui, da ragazzini, correvamo e ognuno personificava il suo corridore preferito. Per inciso, quando vinse ad Atene e tutti si chiedevano cosa fosse successo al suo illustre collega, nel mio piccolo godevo come un riccio.

Ad ogni modo, volevo chiederle un parere, diciamo così, una piccola scheda, riguardante i suoi colleghi velocisti con cui si è confrontato nel corso degli anni. Quali erano i loro punti deboli, e i loro punti di forza? Chi era dotato di considerevole capacità di guidare il mezzo e infilarsi nei varchi più impossibili? Chi erano i più esplosivi e chi i più potenti … più difficili da battere su arrivi in leggera pendenza? Chi erano quelli che con la tecnica e il colpo d’occhio riuscivano a sopperire a limiti atletici? Tra tutti questi aspetti tecnico-fisici, lei su quali faceva più affidamento quando si gettava nella mischia?
Tra quelli che vorrà citare, infine, sarei grato se potesse dirci due parole su Wilfried Nelissen.

ps: compimenti prima la sua carriera o ora per il suo lavoro e la competenza che dimostra nello spiegare aspetti tecnici con parole chiare e sempre comprensibili. Non è una dote da tutti. Ovviamente, una buona fetta di stima la ricava nel sopportare qualche suo collega e/o ospite che in telecronaca la contraddice pretendendo di spiegarle come funziona il ciclismo. Ma le occhiate che lancia come risposta non hanno prezzo :D
Se sei d'accordo ci diamo del tu. Provo a rispondere sperando di non dimenticare nessuno, ma so che non sarà possibile. Parto dal numero 1 in assoluto, Mario Cipollini, ci ho corso e lavorato al fianco per qualche stagione, dotato di doti non comuni, mi ha impressionato in moltissime occasioni per la forza che riusciva ad esprimere, vado a memoria senza poter essere preciso, ma nei test di potenza, lui si avvicinava ai 1600 watt di potenza massima espressa, io per farti un esempio raggiungevo i 1200 al massimo. A mio parere, non ho consciuto i grandissimi del passato, Van Looy, Van Steenbergen, Van Linden, Poblet, Basso o Van Linden, ma Cipollini a mio parere le avrebbe suonate a tutti. Abdujaparov, un grande velocista anche lui, un'esplosività straordianaria, abbinata ad una incoscienza non comune, lui passava dove altri non sarebbero passati. Wilfried Nelissen, solo la sfortuna lo ha tolto di mezzo, ma lo spunto era da far paura. Zabel, corridore di un'intelligenza straordinaria, una dedizione al lavoro non comune, che sapeva competere con i migliori velocisti, ma che al contrario di molti di loro, sapeva superare difficoltà per altri impossibili. Bontempi prima maniera era una forza della natura alla Cipollini, così come Olaf Ludwig, Uwe Raab e Van Poppel. Musseuw prima maniera era un ottimo velocista, poi diventato fantastico cacciatore di classiche, così come Jalabert, addirittura diventato in seguito uomo di classifica per grandi giri. In Italia, direi che erano ottimi, tra coloro conosciuti personalmente, Adriano Baffi, Leoni e Minali, ho corso anche con Petacchi, ma non era ancora il Petacchi superlativo che abbiamo ammirato dal 2003 in poi. Uno rognoso come pochi altri, Jan Kirsipuu, un "bandito" d'altri tempi.
Personalmete quando mi gettavo nella mischia cercavo di sfruttare soprattutto la mia capacità di farmi trovare nel punto giusto quando partiva lo sprint, quasi tutti quelli elencati avevano senza dubbio più talento del sottoscritto, per cui dovevo gioco forza, sfruttare il colpo d'occhio e l'abilità di sapermi districare nelle situazioni complicate che tutti gli arrivi allo sprint propongono.
Ciao.
SM
PS: complimenti a Morris per le schede straordinarie che ci sta regalando :clap:


Utenti ignorati: Strong, Salvatore77, beppesaronni
Silvio Martinello
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Iscritto il: mercoledì 27 luglio 2011, 17:59

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Messaggio da leggere da Silvio Martinello »

Ho letto velocemente solo la prima scheda, quella che parla di Marino Basso, beh, quando scrive Ricci/Morris non rimangono che i complimenti.
Il mio pensiero sui velocisti conosciuti direttamente lo ha riportato Pacho, ma con il tempo andrò a leggermi anche le schede degli altri.
Buona domenica a tutti.
S


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TIC
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Messaggio da leggere da TIC »

Avete mai visto Cavendish farsi fare uno foto simile ?

Immagine


Ah ah ah

E' vero, l'Inglese e' proprio un Cavedano.


Morris

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Mario Cipollini, “Re Leone”

Nato a Lucca il 22 marzo 1967. Velocista. Professionista dal 1989 al 2005 e nel 2008, con 192 vittorie.

Immagine

Secondo molti, Mario Cipollini è stato il più grande velocista del ciclismo moderno. È probabilmente vero, alla luce del missaggio fra vittorie, stile ed efficacia. Ma è anche necessario, a monte, fare un distinguo: le volate contemporanee sono figlie di squadra, potremmo definirle espressioni del crescente culto della velocità, che ha modificato oltre al modo di fare gli sprint, anche le stesse corse. Mai come oggi, infatti, le prove senza eccessive difficoltà, si vanno a chiudere con un volatone cercato e ricercato, che ammazza il 90-95% dei tentativi di portare in porto fughe.
Insomma, le opportunità che ha avuto Cipollini, sul quale ha sempre gravitato una squadra votata alla nuova filosofia dello sprint, sono state superiori a quelle di altri suoi avversari, ed anche se chi scrive, vede “SuperMario” come il più forte, è giusto ricordarlo ad ogni disamina. Altro aspetto che non gli giova, nonostante il monte vittorie penda dalla sua parte, l’aver trascurato la possibilità di vincere qualche altra bella corsa, magari anche classica, senza scegliere prima i traguardi e, poi, aspettare la volata. Certo, perché l’atleta Cipollini, aveva classe superiore a quella che gli viene riconosciuta siamese allo sprint. Era fortissimo sul passo, poteva essere un ottimo cronoman e poteva entrare nelle fughe senza dannarsi troppo, vista la potenza di cui disponeva. Persino le salite brevi, da rapporto, poteva berle senza andare in crisi. Lui ha fatto una scelta di convenienza che va rispettata, ma in molti, a chi scrive compreso, ha lasciato una certa amarezza, per averci tolto un pezzetto del tanto che la natura gli aveva donato. In ogni caso, per tre lustri, Mario Cipollini è stato un faro sulla bicicletta e, questo sì per tutti, un innovatore nel rapporto col pubblico, trasportando sul ciclismo quella sua eccentricità extra, nonché quella cura dell’immagine, che ha aperto strade nuove all’intero movimento, anche se rimane unica nelle sue intensità. Un personaggio dunque, aldilà del magnifico atleta. Altra pecca, l’essersi incaponito a non terminare quel Tour de France che pure lo ha ammirato non poco nelle sue regali volate. Ne nacque una disputa con gli organizzatori della Grande Boucle che gli ha precluso diverse partecipazioni, ma anche se l’atteggiamento di Leblanc e collaboratori era sbagliato, pesante e denso di arroganza, non si può dire che Mario non gli abbia prestato il fianco. Quel che è certo, è che il modo corretto lineare di fare le volate e di essere faro del gruppo del toscano, ha tolto molti interessi anche a quel Tour che, per dieci-undici tappe, è stato per lustri monotono e non degno della sua storia. Non a caso, “SuperMario” ha vissuto nelle corse a tappe gran parte dei suoi acuti significativi. Fra i suoi 192 successi ci sono infatti 42 vittorie di tappa sulle strade del Giro d'Italia (record assoluto ogni tempo), 12 al Tour de France, 3 alla Vuelta di Spagna, 14 al Giro del Mediterraneo, 12 al Giro di Romandia, 11 al Giro di Catalogna, 9 al Giro di Puglia, 8 alla Parigi-Nizza, 6 alla Vuelta Valenciana e alla Vuelta d'Aragona, 4 alla Tirreno-Adriatico, 3 alla Quattro Giorni di Dunkerque, alla Tre Giorni di La Panne, all’Etoile de Besseges e alla Settimana Siciliana. Al Giro d’Italia e stato Maglia Rosa più volte, ma ha soprattutto vinto la Classifica a punti in tre edizioni: nel 1992-’97-2002.
Anche al Tour de France ha vestito più volte la mitica Maglia Gialla.
Le chicche di carriera fra Classiche e gare in linea, vedono nella vittoria annunciata nel Mondiale di Zolder - alla seconda Maglia Azzurra professionistica dopo quella delle Olimpiadi di Atlanta - il pezzo forte di Cipollini. Si trattò del coronamento di una stagione dove, già trentacinquenne, seppe vincere la Milano Sanremo e la sua terza Gand Wevelgem, dieci anni dopo la prima vittoria. Il 7 marzo 2005, il suo ultimo successo nel Giro della Provincia di Lucca. Esattamente due mesi dopo, il 7 maggio, a dieci giorni dall'inizio del Giro d'Italia, sì ritirò una prima volta dalle competizioni. Poi, un ritorno brevissimo, a 41 anni, negli Stati Uniti, che non aggiunse nulla alla sua leggenda.
Ma la sua volata com’era?
Quando si parla di regalità nello sprint, Mario entra a pieno diritto, come l’attore che meglio di tutti, ne ha tracciato e giustificato il termine. Era lineare. Un fuso che s’alzava sui pedali spingenti il maggiore dei rapporti disponibili, senza sbavature e sbandamenti, quasi sempre al centro della carreggiata. Una realtà che prestava, come nessuna, la sua ruota a riferimento per gli avversari, consentendo a chi la conquistava, un terreno facile anche per l’imponenza dell’atleta, al fine di sfruttarne la scia e lanciarsi a velocità che potevano toccare quelle del suono, in un affondo non complicato come traiettoria. Era però una realtà spesso sirena, perché Mario, il suo lampo radente, lo possedeva come le mani e se lo teneva per sé; così, quando chi gli era a ruota provava ad uscire, o si frustava con l’aria, o riusciva, al più, a raggiungere con la sua ruota anteriore, l’intorno della pedaliera di Cipollini. I traguardi delle ruote veloci, spesso sotto quel sole che pareva aver donato a Mario uno spizzico del linguaggio della luce, irradiavano un uomo imponente, a braccia alzate, col nomignolo più giusto e sincronico a ciò che si presentava al pubblico in quei momenti: “Re Leone”. Già, una giungla di forsennati della velocità alla corte di un sire che ne possedeva gli stigmi alati. Solo due di quella giungla, han rotto con l’intensità che supera l’eccezione che conferma la regola, la costanza di quell’immagine del re che pone lo scettro sul traguardo, nel pieno della sua epoca d’oro: un uomo screziato nell’arte pedalatoria, che rendeva confusione sul sire a monte dell’affondo e nell’inserimento, chiamato “Abdu” e, l’altro, un giovane artista, un Maspes e/o Pettenella della strada forgiato su pista, maledetto a se stesso come ogni angelo che diventa frequentatore d’osterie perché nato fra gli uomini, chiamato Ivan Quaranta. Due opposti, due che con la loro esistenza, han impreziosito il mito di Re Leone, l’uomo, l’unico, che rendeva passeggiata d’esibizione, la potenza devastante del suo motore. Ed a ben pensarci, una peculiarità che lo eleva, pur con la sola variabile velocistica, checché ne dica Jean Marie Leblanc, a quei “Mostri del Pedale” che impongono agli storici, a riservar loro pagine e pagine del grande romanzo ciclistico.

Questo thread è giunto, con la puntata su Cipollini, al top che unisce i vecchi come me, ai giovanissimi che, mi auguro, sappiano compiutamente quanto la storia della velocità su strada, ed i suoi grandi interpreti, fossero tangibili anche prima dell’avvento di Cavendish. Ci saranno quindi altre puntate su nomi pure lontani, precedenti addirittura lo stesso sottoscritto, nonché corridori più vicini, ma non più in attività. Un andamento senza parametri di logica, in alternanza sulle ali della storia, come lo è stato fino ad oggi.
E ci sarà una puntata anche su un personaggio che, su strada, ha lasciato minori tracce rispetto alle gigantesche lasciate su pista, ma che ha recitato un ruolo peculiare proprio in quella cultura della velocità, che ha visto in Mario Cipollini il personaggio più significativo. Uno, che ha messo a disposizione di costui le sue grandissime qualità, così imperiosamente dimostrate altrove; uno che era l’ultimo a lasciare Re Leone, prima dei suoi affondi. Sì, proprio Silvio Martinello. Sarà divertente per me raccontarlo, certo succintamente, sapendo che è qui, ad illuminare i nostri spazi con la completezza della professionalità, così lautamente dimostrata anche in TV. Ed è, già da subito, anche un modo per rendere vivace quel credo che mi è caro e che vede così indispensabili, per un atleta sulla bicicletta, quelle dinamiche e quella fucina di facoltà da risvegliare o forgiare, che la pista, scienza del ciclismo, dona al mito più riconosciuto del pedale da decenni a questa parte, la strada, appunto. Mario Cipollini era uno che poteva far bene, anzi benissimo, nel “chilometro con partenza da fermo”, un tempo, prima dell’aratro UCI-Trinity, specialità olimpica. Quel Mario che tanto somigliava, con più potenza e conseguente esplosività, all’attuale Taylor Phinney, divenuto nel marzo del 2009, il più giovane campione del mondo assoluto del ciclismo (Inseguimento Individuale), a cui accostò un argento significativo nel “Chilometro”. Un Cipollini che poteva essere, un motore peculiare per quel quartetto d’inseguimento di cui abbiamo fatto fette di storia passata, ma che, da troppo tempo, ci vede arrancare come fossimo il Gabon. Bene, di questi particolari, fra le tante qualità che Super Mario poteva esibire, nessuno meglio di Silvio, può parlare. E non per un fatto di conoscenza del ciclista in esame, ma perché egli è stato un Campione a quattro ante, che s’è rapportato con umiltà alla strada, vincendo sia chiaro, pur avendo a monte il sangue blu dei grandi pistard. Uno dei quattro che può dire, prima di diventare Olimpionico, di aver battuto, nel 1985, sul cemento di Bassano, il grande quartetto che l’Unione Sovietica (da leggersi come una nazionale dell’est odierna), aveva schierato con la chiara volontà di far vedere al mondo che le Olimpiadi di Los Angeles dell’anno prima, da loro boicottate, avevano emesso un verdetto non veritiero. Quei quattro, Massimo Brunelli, Giampaolo Grisandi, Roberto Amadio e il qui presente Silvio Martinello, guidati dal comune amico Mauro Orlati, vinsero il Titolo Mondiale 14 anni dopo l’ultimo successo italiano, stroncando (con 3” d’anticipo) in semifinale, i poderosi passisti veloci in maglia rossa e rendendo formalità la finalissima con la Polonia. Era il 26 agosto 1985 e ben si intuiva che Silvio, avrebbe prima o poi messo il suo talento polivalente, sui massimi metalli delle Olimpiadi e dei Mondiali, nonché su quelle Seigiorni che possono far appassionare tanti osservatori, se proposte, anche in una terra non facile come l’Italia. Ma questo è un altro discorso e ne riparleremo …. ;) :)


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Maìno della Spinetta
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Grande fenomeno,
noi che guardavamo un ciclismo con Pantani e Cipollini siamo stati fortunati.
Però tra i suoi rivali metterei anche McEwen (e Zabel) proprio per quel suo fare le volate in un modo completamente diverso dal Cipolla.

PS ma quel suo essere sborone lo definiamo come segno di personalità, o come berlusconismo? Le due cose sono alternative?


“Our interest’s on the dangerous edge of things.
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Deadnature
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Leggendo questo topic a me, abbastanza giovane, era venuto in mente proprio Ivan Quaranta, che però penso passerà alla storia più per il suo staccarsi davvero alla minima asperità, piuttosto che per il talento allo sprint (che pure era abbondante).
Concordo comunque nell'inserire Robbie McEwen tra i degni rivali di Cipollini.


http://www.spazidisimpatia.wordpress.com
Spazi di simpatia, nel nome dell'amore che regna nella nostra splendida Terra
Un blog consigliato da Basso, quello giusto.

Aderii alla campagna di garbata moral suasion per cacciare Di Rocco. E infatti...
Morris

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Certo i nomi che hai fatto, uno ancora in attività, hanno battuto il Cipollini anche più dell’eccezione, ma non all’interno dell’epoca aurea di Re Leone, che, per me, nelle sue punte velocistiche, sta negli anni novanta e, al massimo, nel primo anno del nuovo millennio. Quando ha messo nel suo turbo i tre successi più importanti, ovvero la Milano Sanremo, la migliore delle sue vittorie alla Wevelgem e il Campionato Mondiale di Zolder, eravamo già nel periodo in cui Mario confondeva la fase calante, attraverso aggiustamenti che si rendevano meno evidenti dall’andamento sempre stellare della sua grandezza. Paradossalmente, col tempo delle ormai 35 primavere, Super Mario era diventato tanto più saggio, quanto più coraggioso nell’uso delle disponibilità che la natura gli aveva donate e, forse, anche per questo, ancora vincente, ma con variabili pure diverse. Alla Sanremo 2002, diede una dimostrazione di quella classe anche su terreni meno piatti, che gli consentì di giungere al traguardo con le forze sufficienti per essere vittorioso: quelle che gli erano mancate un poco l’anno prima, quando a batterlo fu proprio Zabel, un corridore più marcatamente da classiche e dall’adattamento fin da subito evidente, anche perché dalle disponibilità di squadra assai meno estese. Della vittoria di Mario alla Wevelgem, qui s’è già parlato e fu un gesto completamente nuovo per lui, mentre a Zolder, un Cipollini vicinissimo a quello d’annata, debitamente preparatosi, nonché sorretto da una Nazionale, quel giorno macchina velocistica più forte mai vista, non solo vinse, ma impedì addirittura a McEwen, che gli era a ruota, di rimontargli un millimetro, anzi s’allontanò.
Per me, ripeto, il Cipollini interamente velocista con le punte più veloci e potenti, è stato quello degli anni novanta. Non ho mai detto, che non abbia avuto avversari degni e fortissimi, d’altronde già in questa rassegna ne sono comparsi diversi. Mi sono permesso di fare una valutazione personale, lautamente presente in chi operava nel ciclismo di quei tempi e che, pur lavorando in un settore parallelo, avevo avuto modo di sentire sovente. Nessuno, fra chi comunque aveva battuto Mario nell’epoca aurea, ad esempio un Leoni, o un Minali, aveva mai dato l’impressione di scalzarlo dal trono, di aprire propri segmenti di dominio. Solo “Abdu”, nel primo lustro degli anni novanta, con quel coraggio di buttarsi ovunque e quella volata che un eufemismo potrebbe definire di “confusione organizzata”, aveva dato questa impressione. E in maniera ancora più evidente, quelle sensazioni giunsero attraverso la fantasiosa ruota veloce di Ivan Quaranta, sul finire del millennio a agli inizi di quello nuovo. Le tre doppiette di tappa del cremasco al Giro 1999-2000 e ’01, diedero davvero l’impressione, anche per il modo pulito e vario di ottenerle, dell’alba di una stella destinata a scalzare Re Leone. Ma non fu così. Erik Zabel è sempre stato diverso e considerato diverso, mentre Mc Ewen è stato un grande avversario, sovente vincente su Cipollini, ma quando questi, ripeto, era in calo e cominciava ad avere l’età per tramontare. In maniera ancora più evidente, Petacchi. Insomma, personaggi dotati di luce propria, di grandezze tutte loro. Zabel poi, una delle più belle figure del ciclismo degli ultimi 30 anni. Ed anche lui amava la pista….. ;) :)

Per Maino
Credo che l'unica invenzione del Berlusca, sia stata quella di aver messo insieme i cocci comportamentali, per piacere alla pancia degli italiani. Indipendentemente dal "perchè" e "per come". In tutto ciò sorretto da collaboratori, magari oscuri e senza lustrini di notorietà, perchè forse non era asso nemmeno lì. Cipollini testimoniava un lato caratteriale, sicuramente ben poco piacevole, ma col dono di caricarlo. Ed un velocista, ha un grande bisogno di essere sempre sulle corde della tensione. L'importante è che non faccia danni negli "sprint" come qualcuno..... ;) :)


Morris

Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Su Ivan Quaranta, “Il Ghepardo”

Questo è ciò che postai qui, il 9 aprile del 2007. Sono quasi 5 anni, ma lo ritengo ancora valido. Fu scritto all’indomani della sua ultima vittoria su strada: la tappa di Brignano alla Settimana Lombarda 2007.

Immagine

Pasqua ci ha poi riportato il sorriso di uno dei migliori talenti puri, piovuti sul ciclismo italiano degli ultimi quindici anni, Ivan Quaranta.
Detta così, questa frase potrà far ridere qualcuno, ma il ciclismo è fatto di tante variabili e va, ripeto, concepito, pur nelle personali simpatie e tendenze, come un caleidoscopio, sul quale, alla fine, l’effetto vien dato dall’intreccio delle intensità. Se i colori fossero singolarmente sbiaditi, anche la traduzione finale, risulterebbe più tenue e meno appassionante nell’insieme. Come tanti, anch’io preferisco la montagna e gli scalatori, ma fin da bambino tenerissimo, ho istintivamente voluto immedesimarmi nei segreti e nelle particolarità di ogni gesto possibile sulla bicicletta, senza esaltare le differenze simpatetiche, ed alla fine, grazie a questa impostazione, ho salvato la passione per questo sport, dalle sue traversie, non piccole, e dai suoi sibillini dirigenti. Lo stesso m’è capitato per l’atletica leggera ed altre discipline, perché sono tante quelle che si compongono di diverse variabili.

Ivan Quaranta mi colpì subito. Erano i primi di giugno del 1992, quando al velodromo di Forlì, Sergio Bianchetto, un simpatico amicone, riuscì a proporre una riunione internazionale preolimpica, con quasi tutti i migliori pistard mondiali, ed un parter di tecnici, dal passato così glorioso, da farmi divertire e piangere d’emozione, nel formulare quelle somme di titoli che si spingevano fino a numeri da brividi. L’amico Mauro Orlati, allenatore di grande valore, nonostante l’impegno verso il fantasioso e formidabile talento di Adler Capelli, appena vide i miei occhi roteare impazziti dalla soddisfazione di trovarmi su quel “mare”, prese subito la palla al balzo per urlarmi: “Hei Maurizio, non spendere tutta la voglia e il tuo sapere, perché in Polisportiva ti vogliono anche domani!”
Già, avevo lasciato palestre, campi e atleti, per prendermi una giornata che ancora oggi definisco storica.
Conobbi Daniel Morelon, che mi riempì di “mercì”, ebbi la prova che il colossale mattacchione Michael Hubner, avrebbe potuto lussare, con la forza della sua mano destra, anche la spalla di Tyson. L’esaltazione dei momenti, mi donò improvvise ed inaspettate capacità di rendere il mio inglese maccheronico, come gli spinaci di Popeye, fino al punto di avvicinare Gary Neiwand, l’australiano amico-avversario del gigante tedesco e scherzare con lui, infarcendo il tutto con spaccati di riferimento sullo sport aussie.
Diventai un’attrazione (forse la mia più grande impresa di intrattenitore pazzoide…) al punto che Neiwand, prima di salire in pista per i 200 lanciati, mi promise il record di quel vetusto anello e dopo aver percorso la distanza con tanto di primato, mi salutò strizzando l’occhio, alzando contestualmente il pollice destro.
Fenomeni che si stavano sfidando con gli sguardi attenti di altrettanti fenomeni solo moderatamente appannati dai capelli grigi e da una tuta. Raggiunsi il professor Massimo Marino, più anziano di me di un paio d’anni, che ben conoscevo, a cui ricordai quando, 23 anni prima, sul medesimo impianto, seppe vincere il suo primo titolo tricolore nella velocità, fra gli esordienti. Al tempo, Marino, era il direttore tecnico dei velocisti juniores, uno che era riuscito a costruire quella scuola dello sprint che poi, il cerutismo disintegrò. Già, in pochi anni, podi e titoli iridati erano piovuti su quell’italica velocità che già allora sentiva come un freno enorme, la mancanza di quell’impianto coperto in possesso di tutti, in Europa. Eppure, nonostante questo neo, dopo il titolo di Gianluca Capitano, il tecnico romano, era riuscito a strappare ad altri sport, fino a farlo emergere con tanto di iride, quel mostruoso talento atletico che rispondeva al nome di Roberto Chiappa (l’ultimo 99esimo percentile, di cui sono a conoscenza, passato al ciclismo). A Massimo, chiesi subito cosa bolliva nel suo “pentolone magico” e lui mi rispose che non era facile sostituire uno come Roberto (nel frattempo divenuto dilettante e subito 4°, a soli 19 anni, alle Olimpiadi di Barcellona…), ma c’erano diversi ragazzi interessanti che avrei potuto osservare di lì a poco.
“Verrò a chiederti un parere su di loro dopo” – aggiunse strizzandomi l’occhio.
In quel vortice di emozioni dato dalla miriade di stelle in gara, quella sua frase mi incuriosì e la presi come un impegno. Neanche il tempo di scambiare qualche battuta con Capelli (prima o poi dovrò pur scrivere su di lui qualcosa…!) e di spostarmi nella postazione ideale per vedere al meglio i ragazzi di Marino, che un giornalista RAI (non più visto e sentito) mi venne a rompere i cosiddetti, per chiedermi di aiutarlo per il servizio sulla riunione. Fui di uno sgarbato da schiaffi: “Vai in onda a mezzanotte e trenta, in differita, e vieni qui a rompermi le palle tre ore prima, per 45 secondi di servizio? Dai, vai a cuccia, che il testo te lo scrivo in due minuti, dopo la finale del mezzofondo!” Quel tipo, era così mollusco o impaurito, che digerì i miei ragli, come fossero foglie d’insalata.

La finale della velocità juniores si corse a tre e in un’unica prova. Ricordo che appena un assistente di giuria mi passò le generalità del terno allo start, vedendo il cognome Quaranta, pensai fra me e me: “Vediamo se Quaranta fa novanta!”. Il ragazzino lombardo però, più che novanta fece cento. Nella curva antecedente il rettilineo, era terzo e nonostante la velocità elevata, uscì a schizzo da quella posizione, rimontando Gambareri, fino a tagliare il traguardo con una mezza bicicletta sul secondo, ed una sul terzo. Ebbi la netta sensazione che fosse di un’altra categoria. Sensazione che si confermò guardando il suo fisichetto non certo corazzato e il tempo impresso sul tabellone luminoso dei cronometristi, dove imperava un significativo 11”4 sugli ultimi 200 metri. Quando vidi Marino venirmi incontro, lo anticipai: “Vecchia volpe romana, mica mi avevi detto che avevi un altro fenomeno nel cilindro!”
“Beh …non volevo rovinarti la sorpresa…” – rispose sorridendo.
Nel vortice d’ammirazione che sempre mi coinvolge nel vedere qualcosa di non comune, continuai: “Ai mondiali di Atene, nonostante quel francese omonimo del grande Rousseau, di cui si dice un gran bene, questo Quaranta, può succedere a Chiappa. Sarà durissima, ma se riesce ad imbrigliare la potenza e la velocità prolungata del transalpino che dicono sia un gran chilometrista, impostando una volata corta, il ragazzino di Crema, con quella esplosività da fulmine, non lo batte nessuno. E tu lo saprai pilotare al meglio affinché ciò avvenga!”
“Dici bene, ed è quello che faremo se dovessimo scontrarci col fenomeno francese. Vuoi venire con noi?”
“Magari potessi!” – gli dissi mentre tornavo al mio lavoro ….di divertimento.

Già, fossi stato ad Atene, mi sarei messo a piangere di gioia, perché l’Ivan di Crema, col suo fisico non culturista, dopo aver vinto i Tricolori della specialità dominando, giunse ai mondiali greci col piglio responsabile, di dover difendere la scuola di Massimo, dall’astro transalpino. I due non si scontrarono in finale, bensì in semifinale. Quaranta, fu perfetto nel disegno tattico, impostando la prima volata sulla brevità dello spunto, ponendosi in testa nella classica andatura da ricerca di surplace, ma abbastanza alto, in modo di chiudere un eventuale anticipo di Rousseau. Ivan ben sapeva che lo scatto, per lui così esplosivo e brevilineo rispetto allo statuario francese, gli avrebbe dato qualche carta pregiata. Si portò sull’uno a zero così, come quei pistard dei tempi lontani che basavano tutto il loro meglio sull’estro e la fantasia, piuttosto che sui muscoli.
Nell’altra prova, Rousseau, cambiò atteggiamento, cercando di svolgere la propria lunga volata per fiaccare il guizzo del cremasco, ma sbagliò i conti, perché per riuscire nell’intento, avrebbe dovuto proporre uno sprint come fosse stata una gara sul chilometro.
Ivan, pur stringendo i denti, gli si pose a ruota e fu ugualmente capace di giocare il suo schizzo negli ultimi cinquanta metri. Lo rimontò raschiando il fondo delle sue fibre velocistiche, ma vi riuscì, prendendo per mano quella maglia iridata che poi, in finale, al cospetto del russo Bokhanisevk, raggiunse compiutamente.

Ciò che ha poi fatto vedere Rousseau (dalle medaglie d’oro e d’argento alle Olimpiadi, ai sei titoli mondiali, fra chilometro e velocità, nonché un’infinità di gran premi…), che, si badi, pur avendo il medesimo millesimo di nascita di Ivan (1974), è, nei fatti, più anziano di quasi un anno (primi di febbraio contro metà dicembre), danno a chi si pone di fronte a Quaranta, un primo ed inconfondibile metro del suo talento velocistico.

Dopo la grande stagione ’92, ebbi diverse volte occasione di parlare col cremasco. Quando veniva ai collegiali di Forlì assieme a Roberto Chiappa, trovavo sempre il tempo di prendermi un permesso per raggiungerli e poi, magari, pur di finire i colloqui, mi prestavo con l’Espace della mia Sanson, a portarli in stazione. Due talenti simili, al pari di Capelli e del ravennate Andrea Collinelli, erano manna per la mia passione verso la pista, ed averli vicino alla sede della Politecnico dello Sport, come amavo chiamare la polisportiva, rappresentava per me una variabile nuova di conoscenza di quell’insieme di reattività, caratteri e particolari tecnici che si fondono in un atleta. Ed i pistard, alle doti che si richiedono ad un ciclista, aggiungono spesso quell’imprevedibilità pazzerella ed il virtuosismo magari masochista o esageratamente da mattacchioni, che sono come il pane per uno come me che, al tempo, viveva in mezzo agli atleti, ed era sovente chiamato ad aggiungere al ruolo, quello di fratello maggiore, amico o psicologo.
In quegli anni, praticamente fino all’esordio fra i professionisti, quando incontravo Ivan, gli dicevo sempre di non abbandonare mai completamente la pista, anche se nella velocità era chiuso per la trasformazione tecnica e fisica dei velocisti. Sui velodromi avrebbe trovato lo spazio su altre specialità dove il suo talento indubbio, sarebbe stato in grado di emergere con forza.
“Se passerai alla strada – gli dicevo - fallo ricordandoti di Peter Post, che arrivò a vincere la Roubaix alla media record (ancor oggi ineguagliata) senza mai abbandonare le sei giorni dove era un re e pure le altre specialità. Tu sei più veloce di Peter, non dimenticarlo, ma hai le fibre bianche più fragili e devi saper convivere con loro, senza distruggerle concependoti totale stradista. Devi saper sfruttare le tue doti, il guizzo, la scaltrezza, le tue punte di velocità che sono una rarità. Da professionista troverai i treni alla Cipollini, ma tu hai l’abilità per anticiparlo nell’acuto e, magari, col solo aiuto di un compagno, inventare quelli che erano gli sprint di una volta”.

Il ragazzo nei primi anni mi donò soddisfazioni a iosa, perché i suoi sprint erano una lezione di quello che da bambino avevo cementato in me come l’arte del velocista, con un solo compagno al massimo ad aiutarlo. Quaranta stava proponendo, senza saperlo, una rivoluzione sulla via di quella che Marco Pantani stava tracciando sui monti: il pirata ci faceva tornare ai tempi di Gaul e Bahamontes, superando in tanti contesti l’ultimo mohicano Fuente, ed Ivan ci donava le sensazioni che ci avevan donate Maertens e Van Linden (il cui figlio ci è venuto a trovare su Cicloweb) a metà degli anni settanta. Certo due mondi diversi e due spessori diversi, ma la menzione di segno ci sta tutta.

Nel 1999, nella tappa di Cesenatico, vidi per l’ultima volta Quaranta. A poco meno di duecento metri dal traguardo, anticipò Re Leone Cipollini, con uno scatto al fulmicotone, come aveva fatto con Rousseau in pista. Fu un capolavoro d’intuito e di qualità velocistiche che mi dimostrò, con le sensazioni ineguagliabili del vivo, il medesimo spunto che l’aveva reso vincente ai danni di Blijlevens e Supermario, in quel di Modica, nella tappa inaugurale di quel Giro. Solo McEwen, fra i corridori delle ultime generazioni e nell’attualità, ha mostrato simili cromosomi. Ivan era un vero “ghepardo”, proprio come il nomignolo che iniziò ad accompagnarlo nell’osservatorio più largo.

Pur non eccellendo in altri contesti ed abbandonando troppo la pista, Ivan, anche nelle edizioni della “corsa rosa” del 2000 e 2001, seppe proporre la sua coppia di tappe capolavoro. Insomma, un cantore presente nel sibilo della velocità, da vivere col contagocce, ma pur sempre un personaggio capace di sensazioni da palati fini.
Come ho scritto ancora su queste pagine, non un velocista tascabile per prove di breve chilometraggio, ma uno che poteva dire la sua sempre. All’uopo riporto nella pagina seguente, il suo score al Giro, che pubblicai tanto tempo fa.

Col 2002, Ivan, avviò quella involuzione, su cui avranno senz’altro pesato la sua voglia di vivere, la sua giocosità e, magari, quel fare mattacchione che, in origine, era un fulcro della sua virtuosità. Errori suoi dunque, ma con la sicura influenza di un ambiente attorno a lui, incapace di leggerlo e di capire l’entità del gioiello che Quaranta rappresentava. Anni bui, di deriva atletica senza dubbio, con qualche bravata ben superiore agli atteggiamenti utili per un recupero o per le stesse speranze. Il suo ultimo successo, ci porta alla terza tappa della Settimana Lombarda l’undici aprile 2004: oltre mille giorni, che sono apparsi decenni.

Poi, ieri, approfittando del più tangibile ed incontestabile dei tratti positivi che fanno di Ivano Fanini un operatore di ciclismo, è giunto questo inaspettato successo, proprio là dove aveva lasciato, tre anni fa, gli ultimi bagliori del suo talento.
Ho visto lo sprint al Tg sportivo delle 19,10. Ha saputo resistere coi denti a due ottime ruote veloci, come dire che c’è ancora.

Ora, nella speranza mi legga, vorrei urlargli di donarsi sedici mesi di sacrifici, e li può fare se ci mette impegno, per raccogliere i cocci di quel bene che la natura gli ha dato, pensando con la medesima concentrazione di quando batteva Cipollini e Rousseau, ad un traguardo ancora possibile: Pechino 2008.

Caro Ivan, corri per una squadra esclusa dalle grandi corse. Di vincere a Roccacannuccia o in qualche luogo sperduto del Quatar, poco aggiunge alla tua carriera mozzata, ma ugualmente prodiga di luminosità sicure e ai ritorni pubblicitari per la tua equipe. Oddio, questi traguardi li puoi cogliere a part time, perché se ti dedicherai alla professione con quel criterio che hai troppo smarrito in questi anni verranno da soli, per la forza di quelle fibre che t’ho sempre riconosciute come rare. Domani telefona a Silvio Martinello e dirgli che ti spenderai anima e corpo per vedere dove puoi arrivare sulla strada di Pechino. Fallo con umiltà, con lo spirito di una formica che vuol mettere in cascina il cibo per l’inverno e non dannarti se si concretizzasse la peggiore delle ipotesi, quella di verificarti non competitivo per simili traguardi. Anche nel caso più brutto, sarai importante per quei giovani che la Federazione sta lanciando nell’intento di recuperare un terreno compromesso dopo anni di deserto: loro saranno lì a carpirti qualche segreto e, nell’ammirazione per le tue stimmate, troveranno entusiasmi ulteriori. Guarda l’amico Roberto Chiappa, cosa è ancora capace di fare e che stimoli riesce ancora a dare. Datti questo scopo, per non rendere cupo il tramonto che sta in ogni atleta e dichiarati disposto a seguire pienamente i programmi federali. Saranno poi lo stesso Silvio, Callari e Paris, a destinarti verso le discipline più gratificanti per te e, di conseguenza, per il ciclismo italiano. Per me, hai ancora tanto da dire nell’omnium, nell’americana, nella corsa a punti e nello scratch e là dove queste specialità sono escluse dal programma olimpico, resta sempre quello mondiale del 2008.
Fallo, dammi retta, non ti pentirai.

Morris


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Abruzzese
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Alcune considerazioni dopo gli ultimi post di Morris: riguardo Cipollini io ricordo che nel 2003 (con la maglia iridata addosso) alla Milano-Sanremo su Cipressa e Poggio fece forse la miglior impressione di sempre, dato che nei tratti in salita sembrava pedalare con grande facilità, sempre nelle primissime posizioni del gruppo se ben ricordo (mi pare che provò a rispondere in prima persona a qualche scatto), anche se poi non riuscì a ricucire in tempo utile sull'azione di Bettini, Celestino e Paolini e dovette così accontentarsi di vincere lo sprint del gruppo.

Volevo poi spendere due parole su Gianmatteo Fagnini, che dopo Martinello divenne l'ultimo uomo di Cipollini negli sprint, sicuramente il miglior apripista in circolazione a fine anni Novanta, tanto che fu capace di giocare benissimo anche le proprie carte quando ne ebbe possibilità (dopo che il Re Leone si ritirò al Giro 2008, riuscì a vincere ben 2 tappe, compresa quella di Milano, e la classifica finale dell'Intergiro). Più che su Cipollini, le cui doti sono state già magnificamente elencate, volevo però porre l'accento sull'importanza che ebbe Fagnini non appena passò alla Telekom per tirare le volate ad Erik Zabel. Ricordo che il tedesco per un paio di annate, nonostante al Tour de France fosse ugualmente riuscito a far sua la maglia verde, non riusciva più a mettere la sua ruota davanti a tutti nelle tappe di un grande giro (nella fattispecie il Tour stesso) ed anche in altre gare era andato incontro a varie "sconfitte" (prima del Tour 1999 ci fu il Giro di Germania in cui un allora giovanissimo Jimmy Casper vinse ben 4 tappe con altrettanti secondi posti di Zabel se non erro). L'anno dopo con l'arrivo di Fagnini riuscì invece a rivincere la sua Milano-Sanremo e ruppe anche il digiuno al Tour. Per cui il mio quesito è: più che con Cipollini, quanto fu importante Fagnini in termini di ritrovata sicurezza per Zabel in determinati confronti?

Una considerazione anche su Quaranta: oltre al rammarico per non aver compiutamente mostrato il suo grande talento tra i professionisti ricordo la sua vittoria in volata a Terracina al Giro d'Italia del 2000, forse uno dei più bei gesti tecnici che abbia mai visto fare in volata, una cosa che credo di non aver mai visto fare neppure a McEwen (magari Martinello che prese parte a quello sprint la ricorda): ricordo l'immagine del replay dall'alto in cui si vedeva Quaranta sul lato sinistro della strada e che ad un certo punto sembrava chiuso, salvo poi trovare negli ultimi 150 metri con una manovra da autentico pistard un pertugio molto stretto spostandosi verso il centro della strada, roba che a commettere errori si rischiava di buttare a terra mezzo gruppo, si infilò lì e poi negli ultimissimi metri bruciò tutti e vinse. Un grandissimo numero, che diede seguito ai due successi già conquistati l'anno prima.


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Maìno della Spinetta
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Messaggio da leggere da Maìno della Spinetta »

Abruzzese ha scritto:
Una considerazione anche su Quaranta: oltre al rammarico per non aver compiutamente mostrato il suo grande talento tra i professionisti ricordo la sua vittoria in volata a Terracina al Giro d'Italia del 2000, forse uno dei più bei gesti tecnici che abbia mai visto fare in volata, una cosa che credo di non aver mai visto fare neppure a McEwen (magari Martinello che prese parte a quello sprint la ricorda): ricordo l'immagine del replay dall'alto in cui si vedeva Quaranta sul lato sinistro della strada e che ad un certo punto sembrava chiuso, salvo poi trovare negli ultimi 150 metri con una manovra da autentico pistard un pertugio molto stretto spostandosi verso il centro della strada, roba che a commettere errori si rischiava di buttare a terra mezzo gruppo, si infilò lì e poi negli ultimissimi metri bruciò tutti e vinse. Un grandissimo numero, che diede seguito ai due successi già conquistati l'anno prima
Che volata che tiri fuori ! me la ricordo, fu fenomenale: c'era quella maglia blu, tozza, possente, come un puntino impazzito, rimpallare nel gruppo e poi sguizzarne fuori ...


Grazie Morris per questa carrellata. Martinello, Fagnini e Lombardi, e l'attività dell'ultimo uomo, meritano anche loro un bell'approfondimento Morrisiano


“Our interest’s on the dangerous edge of things.
The honest thief, the tender murderer, the superstitious atheist”.
Basso
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Riesumo questo bel 3d riallacciandomi al titolo dell'argomento: eccone uno, e di buona qualità

http://www.cicloweb.it/articolo/2016/03 ... iclista-pi

(consiglio a tutti di leggere e di ascoltare questa breve chiacchierata :))


11 Vuelta 7-Prato
12 Appennino-Japan
13 Giro 9-CN ITA-Vuelta 20-Sabatini
14 Vasco-Dauphiné-Tour 3-Tour 21-Pologne-Tre Valli
15 Laigueglia-Escaut-Giro 2-Giro 18-Giro GC-Tour 13-Fourmies
16 Nice-Vuelta 12
17 Frankfurt-Tour 11-Vuelta 16-Chrono
18 Bianche-DePanne-Romandie-Köln-Piemonte-Chrono
19 Nice-Turkey-Portugal-Vuelta 10
20 Plouay-Toscana
held
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Il grande Abdou! Che forza!! :D


dietzen
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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il terrore di Taskent, grandissimo. :clap:


Di Rocco non è il mio presidente
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matteo.conz
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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:clap: :clap: :clap: :clap:
un vero ciclista mitico, tanto tranquillo quanto indomabile in corsa :champion: :champion:


Mondiale 2019: 1 matteo.conz 53 :champion:
Svalorizzando gli altri non ti rendi superiore.
C'è sempre una soluzione semplice ad un problema complesso. Ed è quella sbagliata. A. Einstein
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Tranchée d'Arenberg
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Messaggio da leggere da Tranchée d'Arenberg »

dietzen ha scritto:il terrore di Taskent, grandissimo. :clap:
Era un mio mito d'infanzia. Il suo nome così strano e quelle volate che terrorizzavano mezzo gruppo mi affascinavano troppo. Grandissimo Abdou :champion: :clap:


Cobblestone 2012 & 2018 - 1° Classifica Generale
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beppesaronni ha scritto: Ps: hirshi fara cagare. Hirshi è la nuova moda. Come votare calenda. Ma hirshi è un bluff....
Winter
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

Messaggio da leggere da Winter »

Per chi ha iniziato a seguire il ciclismo negli ultimi 10 anni.. se vede le volate di Abdou..
ci rimane :D
Era un altro ciclismo
Piu' Umano


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Subsonico
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Winter ha scritto:Per chi ha iniziato a seguire il ciclismo negli ultimi 10 anni.. se vede le volate di Abdou..
ci rimane :D
Era un altro ciclismo
Piu' Umano

Eppure rispetto a una volta ci si fa male peggio e molto più spesso, questo dovrebbe far riflettere tanti corridori... :sherlock:


VINCITORE DEL FANTATOUR 2016 SUL CAMPO: certe fantaclassifiche verranno riscritte...

"Stufano è un Peter Sagan che ha smesso di sognare (E.Vittone) "
giorgio ricci
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Io dico che Morris scrive in modo fantastico, un vero cantore .


Winter
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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Subsonico ha scritto:
Winter ha scritto:Per chi ha iniziato a seguire il ciclismo negli ultimi 10 anni.. se vede le volate di Abdou..
ci rimane :D
Era un altro ciclismo
Piu' Umano

Eppure rispetto a una volta ci si fa male peggio e molto più spesso, questo dovrebbe far riflettere tanti corridori... :sherlock:
Parole sante
In maniera inferiore nei velocisti pero' l'estrema magrezza secondo me non aiuta
senza contare le bici..


herbie
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Re: Ma i grandi velocisti su strada com’erano?

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senza contare che anche nelle tappe che finivano allo sprint il gruppo passava a sfioro della gente a bordo strada che si sporgeva all'interno fino quasi ai 200 metri, salvo forse al Tour de France.


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