Lingua italiana, domande e risposte.

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GiboSimoni
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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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lemond ha scritto: martedì 6 aprile 2021, 9:24
GiboSimoni ha scritto: lunedì 5 aprile 2021, 13:57 Chieso scusa anche io se da profano mi intrometto in questo topic. Se avessi meno pigrizia me lo leggerei in un sol boccone. Quest'ultima frase me la può analizzare il buon Lemond :D . Nel mio linguaggio che specie in passato era fatto delle solite parole c'è una che utilizzo sempre e che viene spesso criticata perchè definità retrò ovvero la parola SCONFINFERARE. Secondo te è "vecchio" come vocabolo, qual è l'etimologia di questo verbo che mi è sempre piaciuto perchè lo sentivo spesso citare nei film d'animazione :) Grazie e buona pasquetta :D
L'etimo è sconosciuto purtroppo anche se qualcuno sostiene che "Forse, magari si tratta di un'alterazione di 'confarsi', magari attraverso un 'confinferare', come dicono altri" ma difficilmente si può affermare qualcosa di certo. Peraltro non si tratta di una parola la cui nascita si perde nella notte dei tempi: è attestata nel 1990. Diciamo che in merito non sono state diffuse ricerche etimologiche determinanti, e così ci ritroviamo nel lessico quotidiano un parvenu molto amichevole di cui non si sanno i trascorsi.

Ora, se stavolta eccezionalmente rinunciamo a domandare alla parola il suo albero genealogico (il che è anche un po' liberatorio, siediti accanto a me, che cosa conta il sangue?) troviamo nello sconfinferare un modo gustoso (e bizzarro, a ben vedere) per significare il piacere, l'andare a genio - specie, dicono alcune fonti ma senza che sia decisivo, in senso negativo: 'non mi sconfinfera'. Non mi sconfinfera questo tuo comportamento supponente, per quanto il sarcasmo mi diverta; il tempo stringe, cucino un'aglio e olio, ti sconfinfera?; la tua nuova tipa mi sconfinfera proprio, non vedo l'ora di conoscerla meglio.

Il tono è popolare, colloquiale: nel suo tempo buffo e insieme largo trasforma quella che potrebbe essere una banale notazione di gradimento in un apprezzamento carezzato e schietto - compassatissimo quando volto al negativo. Insomma, il 'mi sconfinfera' è genuino, il 'non mi sconfinfera' è ruspante, e davvero delicato.
ti ringrazio per la spiegazione. Questo termine lo utilizzo sempre in negativo ad esempio con gli amici con cui parlo di tennis lo uso sempre per definire un giocatore non mi piace. Medvedev non mi sconfinfera ecc.


Gibo il migliore!!!!!

Signori non ce ne sono più - Gilberto Simoni ad Aprica 2006

30 Maggio 2010 La fine di un Sogno Magnifico!

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GiboSimoni ha scritto: martedì 6 aprile 2021, 16:17
lemond ha scritto: martedì 6 aprile 2021, 9:24
GiboSimoni ha scritto: lunedì 5 aprile 2021, 13:57 Chieso scusa anche io se da profano mi intrometto in questo topic. Se avessi meno pigrizia me lo leggerei in un sol boccone. Quest'ultima frase me la può analizzare il buon Lemond :D . Nel mio linguaggio che specie in passato era fatto delle solite parole c'è una che utilizzo sempre e che viene spesso criticata perchè definità retrò ovvero la parola SCONFINFERARE. Secondo te è "vecchio" come vocabolo, qual è l'etimologia di questo verbo che mi è sempre piaciuto perchè lo sentivo spesso citare nei film d'animazione :) Grazie e buona pasquetta :D
L'etimo è sconosciuto purtroppo anche se qualcuno sostiene che "Forse, magari si tratta di un'alterazione di 'confarsi', magari attraverso un 'confinferare', come dicono altri" ma difficilmente si può affermare qualcosa di certo. Peraltro non si tratta di una parola la cui nascita si perde nella notte dei tempi: è attestata nel 1990. Diciamo che in merito non sono state diffuse ricerche etimologiche determinanti, e così ci ritroviamo nel lessico quotidiano un parvenu molto amichevole di cui non si sanno i trascorsi.

Ora, se stavolta eccezionalmente rinunciamo a domandare alla parola il suo albero genealogico (il che è anche un po' liberatorio, siediti accanto a me, che cosa conta il sangue?) troviamo nello sconfinferare un modo gustoso (e bizzarro, a ben vedere) per significare il piacere, l'andare a genio - specie, dicono alcune fonti ma senza che sia decisivo, in senso negativo: 'non mi sconfinfera'. Non mi sconfinfera questo tuo comportamento supponente, per quanto il sarcasmo mi diverta; il tempo stringe, cucino un'aglio e olio, ti sconfinfera?; la tua nuova tipa mi sconfinfera proprio, non vedo l'ora di conoscerla meglio.

Il tono è popolare, colloquiale: nel suo tempo buffo e insieme largo trasforma quella che potrebbe essere una banale notazione di gradimento in un apprezzamento carezzato e schietto - compassatissimo quando volto al negativo. Insomma, il 'mi sconfinfera' è genuino, il 'non mi sconfinfera' è ruspante, e davvero delicato.
ti ringrazio per la spiegazione. Questo termine lo utilizzo sempre in negativo ad esempio con gli amici con cui parlo di tennis lo uso sempre per definire un giocatore non mi piace. Medvedev non mi sconfinfera ecc.
Capita, è un po' come affatto che quasi sempre è precduto da niente, per cui molti credono che tale avverbio abbia di per sé valore neagtivo. :)


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXIV

Ipotesi nazionalistiche. La prima fonte sono i Commentaria di Giovanni Nanni, o Annio, dove si racconta come l'Etruria fosse stata colonizzata da Noè e dai suoi discendenti e si medita sul fatto che il capitolo 10 del Genesi pare contraddire il capitolo 11 e che non esiste nessuna "confusio". Infatti nel descrivere la discendenza noaica, si dice che "questi furono i figli di Iafet nei loro territori, ciascuno secondo la sua lingua (gen. 10-5)
L'idea di una derivazione del toscano dall'etrusco, e di questo dall'aramaico noaico è sviluppata a Firenze da G.B. Gelli e P.F. Giambullari. La tesi accetta l'idea che la naturale moltiplicazione delle lingue avesse preceduto l'avento babelico e si ricollega a quella già esposta da Dante in Paradiso XXVI. (nota mia, tralascio tute le altre, perché comunque non hanno nessun valore scientifico). :)


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXV

Tra il XVIII e XIX secolo l'ebraico ha ormai perso la battaglia e si fa strada l'idea che sia impossibile risalire a una lingua primitiva, ormai inattingibile. Nel 1786 Sir W. Jones annuncia che la lingua sanscrita è di struttura mirabile e che sia il greco che il latino, così come altre lingue, hanno una parentela con esso. E non si tratta solo di radici nei verbi, ma anche di strutture grammaticali. Si scoprono corrispondenze fra i paradigmi del verbo "essere" in varie lingue e si arriva ll'ipotesi che tutta una famiglia di lingue, compreso il sanscrito, derivino da una protolingua, che non esiste più, ma che è possibile riscostruire idealmente: l'indo-europeo. :)


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXVI

Che cosa è cambiato rispetto all'utopia della lingua di Adamo? Anzitutto la scientificità dei criteri e poi l'indoeuropeo non pretende di essere la lingua madre dell'umanità, ma solo il capostipite di una famiglia di lingue. ;) Ma pur con la nascita della linguistica moderna, il fantasma della lingua santa non scompare, semplicemente si riconfigura come un Altro, inquietante e diverso. Non più il mito della primità di una lingua, ma quello di una cultura, o di una razza, quella ariana!
Certo non si vuole addebitare agli studiosi dell'indo-europeo i campi di sterminio, anche perché sul piano linguistico avevano ragione, ma nel corso di questa nostra storia abbiamo cercato di mostrare effetti collaterali e a questi siamo costretti a pensare quando, ad es. A. Pictet canta il proiprio inno alla cultura ariana nel suo "Les origines indo-européennes ou la Aryas primitifs"! L?Europa sta trovando le ragioni ideali non di scoperta, ma di conquista! :grr:


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXVII

Nella voce "Langue" dell'Encyclopédie, Jaucourt ricordava che è dai diversi geni dei popoli che nascono le molteplici lingue e quindi si può concludere che non ve ne saranno mai di universali, perché non si potranno mai condurre a tutte le nazioni gli stessi costumi e sentimenti, le stesse idee di vizio e di virtù, idee che procedono dalla differenza di climi, dall'educazione, dalla forma di governo etc. Ogni lingua, in sintesi, possiede una forma interna che esprime la visione del mondo, propria del popolo che la parla. Questi rapporti organici fra lingua e pensiero non sono solo sincronici( rapporto in un'epoca data), ma anche diacronici (rapporto nel tempo di una data lingua con se stessa).
A questo punto diventa fuorviante ricondurre i linguaggi umani a una pretesa matrice unitaria.


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXVIII

Le teorie monogenetiche sono sogni e, come tali, duri a morire, anche di fronte alle ricerche di linguistica comparata.
Un esempio per tutte: Fabre d'Oliver (1815) ci parla di una lingua primitiva, che nessun popolo ha mai parlato e di cui l'ebraico è il più illustre dei rampolli, in quanto altro non era che l'egizio di Mosè. E costui si addentra poi in ipotesi etimologiche fantasiose, per non dire di peggio.
Un segno apparentemente opposto è stato nel XX secolo l'ipotesi poligenetica del linguista georgiano N. Marr, più noto per aver sostenuto la dipendenza della lingua dalle divisioni di classe. Curiosamente la teoria aveva condotto Marr a ricadere in una ipotesi di lingua perfetta, immaginando una società senza classi e nazionalità, capace di parlare una lingua unica. :diavoletto:


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXIX

Il 1492 è una data capitale per la cultura europea, non solo per quel che tutti quanti pensano: penetrazione nel continente americano e termine della reconquista spagnola con la presa di Granada, ma (nella la nostra ricerca) per l'espulsione degli ebrei dalla penisola iberica. In seguito a questo atto i cabalisti si diffondono in tutta Europa e con essi la loro speculazione.
La lettura cabalistica presuppone che si leggano i testi in ebraico, ma Giovanni Pico della Mirandola (cabalista cristiano) possiede solo la traduzione latina di Mitridate e quest'ultimo interpola nel testo ebraico specificazioni che debbono servire a far credere che l'autore originale riconoscesse la divinità di Cristo! :muro: Di conseguenza Pico potrà affermare che il tetragramma YHVH, il nome sacro di Dio, diventi il nome di Gesù con la semplice inserzione della lettera shin. :crazy:


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXX

Interessante è notare il contributo di Giordano Bruno, che cerca il potere rivelativo della lingua e del mondo nell'antico Egitto. Quei nostri progenitori adoravano gattti e coccodrilli, perché c'è una divinità in tutte le cose, basta comprendere in esso quel che possono comunicare, vale a dire un segno. Tali erano le lettere meglio definite che i Nostri chiamavano geroglifici o caratteri sacri, con le quali ottenevano di colloquiarare con gli dei. E così come, in mancanza di un idioma comune, non si può aver contatto se non per gesti, così tra noi e gli altri e con gli dei non si può aver rapporto se non per mezzo di alcuni segni, figure o riti. La decifrazione avviene in base ad associazioni che solo un interprete privilegiato può dominare e rendere espliciti, grazie alla forza di uno stile che si dispiega nel latino e italiano che Bruno maneggia da grande artista. ;) Egli vagheggia una rivoluzione della conoscenza e se ne fa propagandista con il suo vagabondare di corte in corte.


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXi

C'era stato già in Platone e prima di lui in Pitagora, un atteggiamento di venerazione per l'antica sapienza egizia, mentre Aristotele si mostra più scettico e nel libro primo della Metafisica, nel ricostruire il sapere antico, parte direttamente dai greci. È la tradizione neoplatonica (con Marsilio Ficino massimo restauratore) che rimette l'Egitto al primo posto.
Nel XVII secolo non er ancora stata scoperta la stele di Rosetta ed è in queste condizioni che Athanasius Kircher comincia la decifrazione dei geroglifici e commette l'errore di credere che tutti i segni abbiano valore ideografico; pertanto la ricostruzione è totalmente erronea. Ciò nonostante diventa il padre dell'egittologia, così come del resto Tolomeo era stato il padre dell'astronomia. ;) Kircher sfiora l'intuizione che alcuni geroglifici potessero essere collegati a valori fonetici, anziché ideografici, ma poi attribuisce solo a civiltà posteriori quel corto circuito fra segno e suono, che invece si poneva già all'interno della scrittura geroglifica.


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXII

Come tutti i grandi utopisti dell'epoca, anche il gesuita Kircher sogna una ricomposizione dell'Europa sotto una monarchia stabile e, da buon tedesco, si rivolge all'imperatore germanico (Dante docet). La ricerca della lingua perfetta non è altro che un modo per stabilire una nuova concordia e nella "Turris Babel" (ultima opera kircheriana) la storia della confusione delle lingue è rievocata solo per tentare di ricomporre una grandiosa storia universale, che accolga tutte le diversità in un progetto unitario di assimilazione alla dottrina cristiana. Le genti sono richiamate dalla Torre Gesuita a una nuova riunificazione linguistica e ideologica e ben vengano le configurazioni geroglifiche, che possono diventare una specie di dispositivo allucinatorio in cui possono essere fatte confluire tutte le interpretazioni possibili e lui farà in modo che siano a onore e gloria del Nostro Signore. :)


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXIII

Circa un secolo dopo, Gian Battista Vico assumerà per certo che la prima forma di linguaggio sia stata attraverso geroglifici e cioè figure animate, ma per lui questa lingua non ha nessuna caratteristica di perfezione e soprattutto non voleva essere né ambigua, né tanto meno segreta. Questo parlar con le cose era umano, naturale, finalizzato alla mutua comprensione.Nnella stessa direzione andranno altre critiche settecentesche.
Uno dei limiti dei linguaggi visivi sembra essere che possono esprimere significati molteplici e per limitarli si dovrebbe ricorrere al mezzo verbale.
Ci sarebbe nella nostra modernità un sistema ad amplissimo raggio di diffusibilità e compensione: quello delle immagini cinematografiche e televisive. :) Anch'esso, però, presenta alcuni inconvenienti, primo fra tutti rimane incapace di esprimere la maggior parte dei concetti filosofici e un'ampia serie di ragionamenti astratti e poi, se è comoda per la ricezione, non lo è nella produzione. :)


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXIV

Con Francis Bacon forse non siamo più alla ricerca della lingua perfetta, ma a un tentativo di distruggere gli "idola", cioè quelle false idee che ci provengono dalla stessa nostra natura o dalla tradizione. I discorsi sono stati imposti secondo la comprensione del volgo e tale errata e inopportuna imposizione ingombra straordinariamente l'intelletto. Occorrerebbe procedere a una terapia del linguaggio. I segni, per Bacone, possono essere di due tipi: iconici/motivati, che riproducono in qualche modo le proprietà della cosa signicata o arbitari/convenzionali. Però un segno convenzionale può avere un carattere reale se da solo può riferirsi alla cosa o al concetto corrispondente, così come accade con i caratteri cinesi, che rappresentano concetti senza avere alcuna simillarità con l'oggetto. Il suo impegno sarà volto a costituire un alfabeto delle nozioni fondamentali.


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXV

In Francia anche Descartes si pone l'interrogativo sulla lingua originaria e si risponde che per poter non solo apprendere, ma anche ricordare i nomi primitivi, occorrerebbe che essi corrispondessero a un ordine delle idee, ovvero dei pensieri, tale che abbia la stessa logica dell'ordine dei numeri, dove non è necessario conoscerli tutti, perché si impara a generarli per successione. Occorre dunque definire un sistema delle idee chiare e distinte. Se qualcuno fosse capace di numerare tutte le idee semplici e assegnare a ciascuna un carattere, potremmo articolare una sorta di matematica del pensiero, ma purtroppo le parole delle nostre lingue rinviano a idee confuse!
Si può notare che c'è parecchia assonanaza fra Descartes e Bacone. :)


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXVI

Leibniz è stato si è occupato anche di lingua e ritenendo che ogni individuo avesse una prospettiva particolare, è sempre stato affascinato dalla ricchezza e pluralità delle lingue naturali, alle cui generazioni e fliazioni aveva dedicato tante ricerche e, non ritenendo affatto che fosse possibile individuare (e tanto meno tornare) a una lingua adamitica, aveva celebrato come positiva proprio quella "confusio linguarum" che altri cercavano di eliminare. Una sola cosa avrebbe potuto indurre Leibniz a cercare una cominicazioni universale: il suo spirito più che religioso. Egli pensava alla possibilità di una riunificazione delle chiese (sia pure in funzione anti-francese) che compredesse la Spagna, il papato, il Sacro Romano impero e i principi tedeschi, il tutto in un sincero sentimento religioso che avrebbe portato a un'idea di cristianesimo universale e di pacificazione dell'Europa.


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXVII

L'idea di un'enciclopedia universale non abbandonerà mai Leibnitz, perché quest'idea gli si configura non tanto come la ricerca di un alfabeto di termini primitivi, quanto come uno strumento pratico e flessibile, che permetta a tutti di controllare l'immenso edificio del sapere. Ma per far ciò, secondo lui, occorre che le idee siano, come l'algebra, una forma di "pensiero cieco". Esso ci dà la possibilità di condurre calcoli, pervenendo a risultati esatti, su simboli di cui non conosciamo necessariamente il significato o non si è del tutto sicuri di avere un'idea chiara e distinta. Questa idea del pensiero cieco sarà trasformata nel principio fondamentale di una semiotica generale da J.H. Lambert nel 1980.
Quando una persona dice un milione non immagina mentalmente tutte le unità che compongono quel numero, ma i calcoli che sa fare in base a quella cifra possono e debbono essere esatti, pertanto quando sogeranno delle controversie fra filosofi, in base al pensiero cieco, sarà sufficiente che essi prendano la penna in mano e si mettano a calcolare. ;)


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXVIII

Marcelo Dascal (linguista israeliano) obietta che la carettristica universale non è concepita da Leibnitz come calcolo puramente formale, perché i simboli hanno sempre un'interpretazione.
Sul finire del XVIII secolo Condorcet vagheggia una lingua universale che è, di fatto, un abbozzo di logoca matematica, ma il manoscritto si interrompe proprio quando si tratta di identificare le idee prime e sta per concludere che l'eredità delle lingue perfette sia in via di trasferirsi al calcolo, dove nessuno penserà più a tracciare una lista dei contenuti ideali, ma solo a prescrivere regole sintattiche.
Alla fine lo stesso Leibnitz comincia dirigersi verso un calcolo veramente cieco, anticipando la logica di Boole e l'aritmetica binaria. In poche parole, Leibnitz cercando Dio, trova il computer. ;)


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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XXXIX

Con il secolo dell'illuminismo si delineano i presupposti per una critica a qualsiasi tentativo di fondare un sistema a priori delle idee ed essa si avvale in gran parte di suggestioni leibniziane. D'Alambert parte dalla nozione (leibniziana appunto) di biblioteca per organizzare la sua "Encyclopédie".
Il sistema delle scienze ormai non può più essere rappresentato come un albero, bensì da un labirinto e il filosofo è colui che sa scoprire le connessioni di esso, le diramazioni provvisorie e le vicendevoli dipendenze che costituiscono il reticolo. Ciò che sembra preoccupare gli illuministi non è quindi la ricerca di una lingua perfetta, bensì una terapia delle lingue esistenti. Locke può essere considerato un anticipatore quando analizza l'abuso delle parole, che si ha quando i termini non si riferiscono a idee chiare e distinte, quando le si usano per cose che esse non significano, etc. Egli non pensa a una riforma del sistema linguistico, ma a un vigile controllo del processo comunicativo (un po' il contrario della retorica intesa in senso più deleterio). E sarà su questa linea che si porrà l'illuminismo enciclopedista e tutte le ricerche che vi si ispirano. :clap:


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XL

La cultura settecentescas ha spostato la propria attenzione: ormai si sostiene che pensiero e linguaggio si influenzano e procedono insieme, ovvero il linguaggio, nella sua crescita, modifica il pensiero e quindi la lingua non riflette un universo concettuale, platonicamente precostituito; dobbiamo dunque rinunciare alla perfezione. :)
Destut de Tracy nota come sia impossibile che lo stesso segno abbia eguale valore per tutti quelli che lo impiegano e infatti Marie Degerando lo segue con l'esempio di uomo, che rappresenta un fascio di idee ben più grande nello spirito di un filosofo che in quello di un lavoratore e l'idea associata alla parola libertà non era la stessa a Sparta e ad Atene.
Ordunque, una volta deciso che pensiero e linguaggio hanno una genesi diacronica e non sincronica, ogni tentativo di pensare una lingua originaria è ovviamente destinata ll'insuccesso.


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Carlo va un po' qui e dicci la tua.


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Finestre 2018 rosicata eterna :D
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lemond
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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XLI

Facciamo un salto in avanti e vediamo che all'inizio del XX secolo ci si trova di fronte a un imponente sviluppo delle comunicazioni, così come dei trasporti e sarà ormai possibile fare il giro del mondo in 40 giorni, mentre il telefono unisce istantaneamente Parigi e Londra, così come Roma e Berlino. ;) L'associazione internazionale delle accademie scientifiche si rende conto che occorrerebbe una lingua che accomunasse tutti i paesi e, siccome giudicano utopistico rendere sovrana una delle lingue esistenti e parimenti difficile tornare a una "lingua morta" e neutrale come il latino, non rimane che la creazione di una lingua artificiale che sia analoga a quelle naturali, ma che possa essere sentita come non invasiva da tutti gli utenti. In tal senso si progetta una lIngua internazionale ausiliaria (LIA) a posteriori, in quanto nascerebbe da una comparazione e da una sintesi equilibrata delle lingue naturali esistenti. I promotori sono abbastanza realisti per sapere che non esiste un criterio scientifico per stabilire quale progetto possa essere più efficace e accettabile, esso può avere successo solo se è sancito da un atto di buona volontà politica internazionale, ma così non è stato. :x


Fanno festa i musulmani il venerdì
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"Per principio rifiuto di sottopormi a questi controlli. Non sono ostile alla lotta al doping, che ritengo indispensabile tra i dilettanti, ma nel caso di professionisti è differente.
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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XLII

Nessun sostenitore di una LIA si è posto l'interrogativo del relativismo linguistico. È dato per scontato che esistano da lingua a lingua espressioni in qualche modo sinonime. Ma se una lingua a posteriori dà per assodato ciò, il modello diventa fatalmente quello occidentale e la situazione dell'esperanto ad es. sarebbe stata diversa se fosse stata inventata da un giapponese. ;)
Le ragioni per cui si sono imposte sia le linguue naturali che quelle veicolari sono in gran parte extralinguistiche e infatti l'attuale successo dell'inglese nasce dalla somma della espensione coloniale e mercantile dell'impero britannico e dalla egemonia del modello tecnologico statunitense. C'è da aggiungere però che se anche l'inglese si propagasse a tutta l'ecumene, ben presto, per influenza dell'uso, essa si altererebbe e modificherebbe in mille modi diversi e gli idiomi ricomincerebbero ad allontanarsi l'uno dall'altro, com'è accaduto per le lingue neo-latine e, a questo proposito il portoghese del Portogallo e del Brasile differiscono talmente tanto fra loro che di un libro straniero si fanno solitamente due traduzioni.


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Umberto Eco "La ricerca della lingua perfetta" XLIII

Alla fine della ricerca la cultura europea si trova di fronte alla necessità di trovare una lingua veicolare che ne componga le fratture linguistiche. Ma tale continente ha continuamente generato lingue diverse, ciascuna delle quali esprime un "genio" di un gruppo etnico e rimane veicolo di una tradizione millenaria. È possibile comporre la necessità di una lingua veicolare unica con quella della difesa delle tradizioni linguistiche?
Proviamo a ripartire dall'inizio e pensare che la lingua madre non fosse una lingua unica, bensì il complesso di tutte le lingue e che Adamo non ha avuto questo dono, gli era stato solo promesso (come poi ad altri, dalle stesse fonti, la venuta o il ritorno del messia) ed è quindi restato, come eredità ai figli, il compito di conquistarsi la piena e conciliata signoria della Torre di babele. :diavoletto:
Fine


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Analfabetismo funzionale


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Re: Lingua italiana, domande e risposte.

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Poesie a scuola?


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