In Italia, il reddito di cittadinanza (ora, di base?) era ed è il cavalo di battaglia di una parte del movimento della sinistra extraparlamentare che fa riferimento a T.Negri da almeno un ventennio. Extraparlamentare sui generis, dato che negli anni ha occupato diversi scranni in varie amministrazioni locali e non solo.
I concetti elaborati a livello politico da Negri, e a livello economico dai proff. A.Fumagalli, S.Mezzadra e & Co., in realtà convergono con la vulgata più apertamente liberale e liberista sviluppata in nord Europa ed oltreoceano. Concetti come bene comune, 'società della conoscenza', 'impero', 'capitalismo cognitivo' e altro, infatti, una volta scrostati dal linguaggio battagliero, non sono altro che la riproposizione di concetti delle scienze sociali mainstream. Tuttavia, continuano ad abbindolare un discreto numero di persone, con risultati disastrosi che si sostanziano, anche, nella riduzione del livello di radicalità espressa dai movimenti. (Per una critica delle 'elaborazioni' di questi soggetti, si veda: P.Thompson (2005), Foundation and Empire: A critique of Hardt and Negri, Capital&Class, 29 (73); Fotopoulos, T., Gezerlis, A. (2002), Hardt and Negri’s Empire: a new Communist Manifesto or a reformist welcome to neoliberal globalisation?, The International Journal of INCLUSIVE DEMOCRACY, 8 (2).)
Tuttavia, qui si sta parlando di reddito di cittadinanza. Francamente, pensavo che questa questione si fosse chiusa un po' di anni fa, con un dibattito avvenuto sul Manifesto su questo tema che mostrava come il reddito di cittadinanza costituisca la sponda di politiche social-liberiste di aggressione a tutto il lavoro.
Riporto il contributo a mio avviso più significativo da parte dei critici del reddito di cittadinanza.
Le tante trappole del «reddito garantito»
di G.Vertova,
E’ uscito recentemente il libro
Reddito garantito e nuovi diritti sociali, frutto di una ricerca dell’Assessorato al Lavoro, Pari Opportunità e Politiche Giovanili della Regione Lazio. L’idea è di offrire delle linee guida alle amministrazioni regionali che intendono proporre forme di basic income. Il volume è importante per due motivi. Formula una proposta politica precisa di reddito garantito, all’interno di una visione più complessa che mira alla revisione ed all’aggiornamento di un sistema di welfare per adeguarlo al nuovo capitalismo flessibile.
Fornisce, inoltre, una dettagliata analisi di simili iniziative a livello europeo. La proposta nasce dall’esigenza di pensare ad un nuovo sistema di welfare che tenga conto della precarietà, ormai dilagante. La nuova organizzazione del lavoro nei paesi a capitalismo avanzato mette in discussione la distinzione netta tra tempo di lavoro e tempo libero, occupazione e inoccupazione. Occorre, quindi, inventare nuove forme di protezione sociale. Nel capitolo "Il reddito per chi, quando, quanto, come e da chi" si suggeriscono le risposte alle domande che un amministratore dovrebbe porsi nel caso volesse introdurre una misura come quella di un reddito garantito: per chi? quanto? quando? come? da chi?.
Per chi: a "coloro che vivono sotto una certa soglia di reddito (sia esso il salario minimo, la pensione sociale o altro)" (p.76). E, comunque, per tutti i precari in condizioni di non lavoro e per i soggetti in stato di povertà che permangono sotto una soglia minima accettabile. Si pensa così di riuscire anche a frenare la corsa verso il basso dei salari reali: i lavoratori avrebbero l’opportunità di rifiutare lavori servili e poco remunerati, riducendo l’offerta di lavoro e spingendo la retribuzione del lavoro ‘tradizionale’ verso l’alto.
Quanto: non viene data una risposta precisa, ma si ricorda che l’ammontare deve essere calcolato tenendo in considerazione i suoi effetti sul livello della spesa pubblica. Quando: "nei casi di squilibrio sociale indotto dalla precarietà, laddove gli individui sono posti di fronte ad una disuguaglianza di opportunità dovuta all’assenza di un reddito adeguato" (p. 80).
Come: "l’erogazione potrebbe comporsi sia di una parte monetaria, sia di una parte offerta in natura" (p. 93). Il reddito garantito dovrebbe essere articolato sia come reddito diretto (erogazione monetaria) che come reddito indiretto (erogazione di beni in natura, quali beni e servizi primari), includendo l’allargamento delle tradizionali forme di garanzia del lavoro così detto ‘fordista’ (ferie, malattie, maternità, etc.) ai lavoratori precari.
Da chi: le Regioni sarebbero maggiormente attive sul piano dell’erogazione dei beni e servizi primari, lo Stato centrale sul piano dell’erogazione monetaria.
Condivido l’urgenza di ripensare un sistema di welfare adeguato al nuovo cosiddetto ‘capitalismo flessibile’. Se ci si muove nella direzione del basic income mi sembrerebbe però più ragionevole pensare ad un reddito di esistenza per tutti, incondizionato. Si tratta, e’ chiaro, di una idea di difficile applicazione in Italia, perché richiederebbe un sistema fiscale molto progressivo, capace di combattere davvero evasione ed elusione. La proposta, tuttavia, non convince né teoricamente né politicamente. Dal punto di vista teorico, i limiti che credo di poter rilevare sono infatti i seguenti. Erogare un reddito garantito solo ad alcune categorie di
soggetti rischia di aumentare la frammentazione del lavoro. Il nuovo capitalismo è riuscito pienamente a dividere il lavoro, ad individualizzare la prestazione lavorativa e a mettere in contrapposizione gli interessi dei ‘garantiti’ (anche se quantitativamente decrescenti) con quelli dei ‘precari’. Occorre piuttosto ricomporre il mondo lavoro e disegnare interventi politici che sottolineino come la precarizzazione, sia pure in forme diverse, sia un fenomeno trasversale. Bisogna evitare la divisione della società in due sfere, poiché la precarietà non colpisce solo certe fasce di popolazione. Siamo di fronte ad una precarizzazione generale. Se si vuole capirne il significato, non ci si può limitare a registrare che i nuovi entranti sul mercato del lavoro sono sempre più figure con contratti atipici. Infatti, a seconda del ciclo economico, e’ possibile che si abbia una successiva regolarizzazione di questi lavoratori: e si rimane sguarniti rispetto ad obiezioni alla Ichino (Corriere della Sera, 15/05/06) che chiedono una riduzione delle garanzie dei lavoratori a tempo indeterminato per combattere davvero la precarietà dei ‘giovani’. La vera funzione della precarizzazione sta in altro: nello stabilire un permanente potere di ricatto che rende difficilmente contestabile il comando del capitale dentro il processo immediato di valorizzazione, dentro i luoghi di lavoro. Si noti, questo e’ spesso vero quale che sia la qualità del lavoro, e talora addirittura quale che sia il salario.
Si può aggiungere che il reddito garantito rischia di spingere tutta la struttura dei salari verso il basso, contrariamente a quanto sostenuto nel volume. I ‘padroni’ avrebbero tutto l’interesse a ridurre i salari, visto che il lavoratore percepisce anche il reddito garantito. Si indebolisce così, contro le intenzioni, la capacità contrattuale di tutti i lavoratori. Si favorisce, di conseguenza, l’istituirsi di un compromesso malsano tra lavoratori e padroni: i primi offrono salari e posti saltuari, i secondi li accettano perché intanto c’è il reddito garantito. Così i ‘lavori buoni’ spariscono e i ‘lavori cattivi’ dilagano. Oltretutto, misure redistributive di questo tipo (come il reddito garantito, di esistenza, di cittadinanza, etc.) assumono, più o meno esplicitamente, che il capitalismo contemporaneo produca valore e plusvalore in modo stabile, e si basano su interpretazioni del medesimo quanto meno approssimative, anche se diventate ormai luoghi comuni (l’economia della conoscenza, il post-fordismo, etc.). Le classiche forme di redistribuzione hanno funzionato (laddove hanno retto) quando collocate in un contesto macroeconomico ben più sostenibile di quello presente. Basti ricordare i ricorrenti fenomeni di instabilità sia reale che finanziaria che si sono susseguiti negli anni più recenti, che rendono le misure meramente redistributive alquanto illusorie, salvo l’illusione nutrita da qualcuno che così si possa davvero sostenere la domanda effettiva. Si riproduce così un vecchio errore del sottoconsumismo, e si dimentica che la dinamica macroeconomica è sostenuta dalle componenti autonome della domanda: investimenti, esportazioni nette, spesa pubblica, oggi il consumo gestito ‘dall’alto’ dalla politica monetaria. La redistribuzione potrà spingere verso l’alto la domanda effettiva solo dentro una politica economica alternativa caratterizzata da una ridefinzione strutturale molto più forte della domanda e dell’offerta, ben diversa dalla pallida riregolazione e politica industriale per incentivi e disincentivi, di cui il nuovo governo sembra farsi promotore.
Misure come il reddito garantito possono forse rendere più sopportabile la precarietà nel breve periodo, ma non la eliminano veramente: semmai la cristallizzano e la congelano. Determinano condizioni di maggior debolezza per i lavoratori, poiché rendono più accettabile la frammentazione del lavoro e conducono all’abbandono della lotta per un lavoro vero e garantito per tutti. Politicamente un impianto del genere sembra fatto apposta per creare le basi di uno scambio con la sinistra ‘moderata’: accettazione più o meno dichiarata della flessibilità in cambio di un qualche sostegno al reddito. Magari affiancata alla riduzione del cuneo fiscale che, ancora una volta, riproduce una idea di ripresa basata sul basso costo del lavoro e che scarica gli effetti sulle politiche, appunto, assistenziali. La triste storia del programma dell’Unione circa la Legge 30 (superamento? cancellazione?) ci insegna qualcosa?
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Reddito garantito, fra illusione e diversivo
di Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi
L'articolo di Vertova sul reddito garantito ha messo i piedi nel piatto di una discussione dove troppe cose vengono date per scontate.
Gli interventi di Fumagalli e Lucarelli (FL) e di Morini ribadiscono le approssimazioni che Vertova aveva disperso. FL ragionano così:
i) nel postfordismo dei paesi avanzati l'economia si terziarizza e l'occupazione è creata fuori dalla grande impresa manifatturiera;
ii) a ciò corrisponde una immediata produttività del tempo di vita e delle relazioni nel territorio;
iii) il capitale si appropria gratuitamente della più elevata ricchezza sociale;
iv) il tempo di vita deve invece essere remunerato (reddito), integrando la retribuzione da salario;
v) si tratta di una regolazione istituzionale che rende stabile il postfordismo, come la crescita del salario in proporzione della produttività (fisica) stabilizzava
il fordismo;
vi) il basic income (BI), cumulabile e incondizionato, non solo aumenta la produttività sociale, ma ne ridistribuisce i frutti e fa crescere la domanda;
vii) è un compromesso tra capitale e lavoro, realistico (avvicina per passi al reddito di esistenza) e incompatibile (se elevato, il BI non è un mero sostituto dei sussidi di disoccupazione).
Tuttavia la maggiore ricchezza relazionale e cognitiva attiene al lavoro concreto, non al lavoro astratto. La sequenza per cui è il comando tecnologico e organizzativo sul lavoro vivo a creare neovalore vale ovunque e sempre nel capitalismo. Inoltre la crescita postbellica si deve alla domanda autonoma (spesa pubblica elevata, investimenti privati, esportazioni) in un contesto internazionale di capitalismo da guerra fredda irripetibile. Non, contrariamente al mito fordista, ai salari, che sono stati trascinati. Quando le lotte nella produzione hanno morso, il modello è saltato. In contrasto con la visione di FL, il lavoro nel terziario è in gran parte legato al manifatturiero: l'economia della conoscenza si nutre di lavori "materiali".
Eppure è senz'altro vero che il capitalismo è cambiato radicalmente:
i) una 'centralizzazione' finanziaria e produttiva gigantesca senza 'concentrazione' di lavoratori in grandi imprese, con riduzione della dimensione minima d'impresa;
ii) la dicotomia centro-periferia è saltata, il centro è anche dentro la Cina, la periferia è anche dentro la Germania;
iii) la forza-lavoro mondiale è raddoppiata in 15 anni;
iv) il lavoro è sussunto alla finanza;
v) il consumo è sostenuto dalla politica monetaria e dall'indebitamento;
vi) è mutata la natura della prestazione lavorativa. Il lavoro precario è 'continuo' ma senza 'posto fisso'; quello a tempo indeterminato è sempre più incerto e aggredito: un avvicinamento oggettivo delle due figure.
Intanto, il problema della realizzazione il nuovo capitalismo lo ha risolto senza BI. L'instabilità e insostenibilità dei nuovi processi di creazione di neovalore, che non sono 'spontanei', non consentono una ridistribuzione egualitaria. Il BI non aumenta di per sé né ricchezza né valore. Ragionare altrimenti cancella un po' di cose. E' la domanda di lavoro a determinare la qualità dell'offerta di lavoro. La formazione diffonde oggi non cultura ma analfabetismo di ritorno. Solo la gestione politica della domanda (autonoma) traduce in realtà aumenti potenziali di produttività. FL rispondono che il lavoro è già frammentato, quasi Vertova sostenesse che il BI sia la causa della precarietà: ma Vertova spiega la precarietà come noi, e FL non sanno che al peggio non c'è mai fine. Il loro fine è il reddito di esistenza: intanto, 'realisticamente', si accontentano di un sussidio ai precari.
Di buone intenzioni è lastricata la via per l'inferno: il BI costituisce la sponda di politiche socialliberiste di aggressione a tutto il lavoro, dividendolo. FL prendono Vertova per una neoclassica per cui il BI creerebbe disoccupazione mettendo un pavimento rigido a salari o redditi. Vertova ha in testa, crediamo, una impostazione marx-kaleckiana. Il BI, se 'realistico', è più basso del salario, e crea un margine di flessibilità nel costo del lavoro. L'impresa assume pagando di meno, il lavoratore otterrà inizialmente lo stesso reddito di prima, ma in una spirale di deterioramento. Proprio perché oggi la realtà capitalistica si fonda sulla possibilità di chiusure e di precarizzazione, con il BI come "pavimento" il salario potrà essere ridotto sempre di più. Quando il salario si avvicina al BI, i governi abbasseranno, dove esiste, il salario minimo. Una dinamica che è più pronunciata in una società di servizi. Si crea una massa amorfa di persone che sopravvivono, frana la capacità contrattuale di tutti i lavoratori, i redditi manageriali schizzano verso l'alto. Tendenze già in atto da tempo in vari paesi.
FL ragionano come se il BI dia accesso di per sé ai beni e alla scelta del lavoro. Ma è chi comanda finanza e domanda autonoma che definisce livello e composizione della produzione, consumo reale, quantità e qualità del lavoro. Perché non partire dalla constatazione che l'esigenza è quella di stabilizzare il posto di lavoro, trasformando il precariato in lavori a tempo indeterminato, dando sicurezza dentro il lavoro dipendente? Saggiamente Masi ricorda una verità elementare. Come collettività possiamo ridistribuire solo la produzione corrente. Quest'ultima, aggiungiamo, sarà tanto più elevata quanto più alta è, oggi e nel passato, l'occupazione, e l'occupazione stabile; e quanto più alta è, oggi e nel passato, qualità e quantità dei mezzi di produzione. Senza gestione politica della domanda e senza conflitto sociale nella produzione sussidi come il BI sono acqua fresca, perché domanda e produttività non aumentano per magia.
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Per chi volesse leggere l'intero dibattito, si veda qui:
o qui
http://www.odradek.it/html/zibaldone/segnalazioni1.html (da metà pagina in poi)