Ragionamento sui rapporti tra corridori, squadre, organizzatori e pubblico
Inviato: sabato 24 ottobre 2020, 13:08
Apro un nuovo topic perchè mi pare che la protesta del 23 ottobre 2020 al Giro abbia portato a galla diverse questioni aperte ma striscianti all'interno del mondo del ciclismo.
Specifico subito che non sono interessato direttamente agli aspetti relativi alla cronaca della giornata di ieri, ma alle implicazioni più profonde, a ciò che è emerso.
Forse Admin (puntata di SmartCycling di ieri) ha ragione: di questa protesta l'anno prossimo non ce ne ricorderemo più. Forse. Però secondo me c'è tutta una serie di aspetti di cui ieri non si è discusso, se non in parte, e che sono stati sommersi dalla cronaca contingente. Ma è di questi aspetti che si dovrebbe parlare, anche perché vanno a coinvolgere le fondamenta dello sport, del ciclismo professionistico. E gli effetti potrebbero essere molto estesi e molto duraturi.
Proviamo a fare un elenco di questi aspetti. Premetto che è un pensiero che mi è venuto stamattina in dormiveglia, quindi devo ancora mettere a fuoco tutti i dettagli della questione, e magari qualche aspetto non l'ho considerato.
Proviamo ad analizzarli uno per uno.
I corridori si percepiscono come lavoratori: lo sono, e come tali hanno e devono avere dei diritti. Però non sono lavoratori comuni, sono sportivi. E a questo ruolo corrispondono onori (per alcuni molti, per la maggioranza meno) e oneri. Qui entra in gioco anche il secondo punto: i corridori sono dipendenti delle squadre, che sono finanziate interamente dagli sponsor. Cosa chiedono gli sponsor? Esposizione mediatica, che deve essere massima e per quanto possibile associata ad aspetti positivi: l’esposizione mediatica migliore la si ottiene vincendo, andando in fuga, dando spettacolo. Si può dire che l’obiettivo ultimo degli atleti non è tanto vincere, ma dare visibilità agli sponsor che -pagando le squadre per cui corrono- pagano loro lo stipendio. Si può dire che ogni atleta, i ciclisti in particolare, siano uomini di spettacolo, attraverso lo sport e le sue regole (ribadisco, lo sport e le sue regole) devono intrattenere il pubblico in modo tale che i loro sponsor possano farsi pubblicità, i giornali vendere copie e le televisioni raccogliere spettatori. Che intrattengano andando in fuga, vincendo in volata o scornandosi sulle montagne poco importa, lo sport è il ciclismo e ha le sue caratteristiche e le sue regole. Ripeto, i ciclisti non devono comportarsi come orsi ammaestrati, artisti circensi o ballerini, ma devono avere ben chiaro che il loro unico scopo deve essere far divertire -con le loro imprese, con il loro modo di correre- il pubblico, noi. Se il pubblico non si diverte, le TV perdono ascolti, i giornali non vendono, gli sponsor non riescono a farsi pubblicità e quindi non ha senso tenere in piedi una squadra per dei corridori che corrono per correre, magari per vincere, ma non per divertire. I ciclisti, in questo caso, rimarrebbero disoccupati.
I ciclisti di oggi ritengo che abbiano un concetto piuttosto distorto del loro ruolo. Loro si pensano lavoratori, atleti. Non pensano però al fatto che il loro datore di lavoro non sono tanto le squadre, i loro DS. Sono gli sponsor, e in ultimo, il pubblico. Come gli artisti, loro devono tutto a noi, gli appassionati di ciclismo ed al pubblico generico. Se noi ci rompiamo le palle (o si rompono le palle gli sponsor), loro si ritrovano disoccupati. Vincere senza dare spettacolo e vincere con una impresa sono cose molto diverse. Nel primo caso hai svolto il tuo lavoro, ma non sei rimasto nel cuore e nella memoria degli appassionati: è solo un numerino in più nella casella vittorie, un elemento in più nel palmares, di cui probabilmente nessuno si ricorderà mai. Nel secondo caso rimani nella memoria della gente e degli appassionati, entri nel loro cuore, se fai qualcosa di davvero speciale entri forse nel mito, nella leggenda. Il valore di quella vittoria non si limita solo a quel momento, è duraturo e si rinnova nel tempo. Ancora oggi ci ricordiamo delle imprese della Mapei, della Mercatone Uno, dell’Ariostea, della Sanson, della Molteni, della Bianchi, e dei corridori che portavano quei colori. Perché ce li ricordiamo? Perché hanno compiuto delle imprese memorabili. Di chi è arrivato 8° al Tour risparmiando ogni stilla di energia, nascondendosi e facendo meno sforzi possibile, nessuno si ricorderà. Forse i suoi parenti. Forse.
Per gli artisti la connessione con il pubblico è diretta, perché loro (o chi per loro) vende direttamente a noi. Siamo noi che compriamo i dischi (scarichiamo le canzoni, sottoscriviamo gli abbonamenti ai servizi di streaming), siamo noi che compriamo i biglietti dei concerti. Per i ciclisti questa connessione è indiretta, ma esiste ed è fondamentale. Proprio per questo, però, gli atleti devono essere ancora più attenti a coltivarla e a mantenerla viva, proprio perché non hanno un riscontro diretto delle loro azioni, ma il pubblico comunque influisce sulle scelte delle squadre.
Parlavamo del rapporto tra corridori e squadre: ampliamo il discorso. È possibile che un corridore non comunichi al suo DS e quindi al suo datore di lavoro l’intenzione di astenersi dal lavoro? Sì, se fai uno sciopero sì. Però in questo caso lo sciopero non viene fatto per dare contro al datore di lavoro, ma è fatto per dare contro a un soggetto terzo, che nel mondo del lavoro comune non esiste: l’organizzatore. Il datore di lavoro in questo caso potrebbe persino essere tuo alleato, perché allora tenerlo allo scuro delle tue intenzioni? E perché se il datore di lavoro è a conoscenza delle tue intenzioni (a quanto pare i DS della Lotto lo erano), non si permette di farti cambiare idea se non la condivide? Non dico che non si debba discutere, ma alla fine con il tuo agire (corridore) danneggi anche loro (sponsor), e si torna al discorso di cui sopra. Insomma, qual è il potere che effettivamente hanno le squadre sui corridori? In caso di insubordinazione le squadre come possono rivalersi sui corridori? Perché il diritto di sciopero è sacrosanto, ma c’è modo e modo di scioperare.
Il rapporto tra corridori e sindacato mi pare il più delicato e quello che ne è uscito peggio dal confronto della tappa 19 del Giro 2020. Si capiva che i rapporti erano già tesi già tra corridori e sindacato, e che con questa operazione si sia tentato di accattivarsi le simpatie del gruppo. Facendo una colossale figura di merda. Anche perché il sindacato dovrebbe guidare, indirizzare le istanze dei propri iscritti, giuste o meno che siano, e consigliarli. Non appoggiarli incondizionatamente. Sinceramente le modalità della protesta di ieri non mi sono parse per nulla corrette: non è stato dato modo a tutti di esprimersi con chiarezza, e non è stato dato modo agli organizzatori di decidere con la dovuta calma.
Altra cosa che mi è piaciuta molto poco, è la mancata presa di responsabilità di atleti e sindacalisti ieri nel dopotappa. Se tu protesti e credi in ciò che proponi, non devi avere problemi a dare spiegazioni e ad assumerti le responsabilità di ciò che è successo. In primo luogo perché lo ritieni giusto e doveroso, ne devi essere orgoglioso. Anche se va contro il comune sentire, anzi, a maggior ragione. Fatta così mi pare che tutti abbiano capito di averla fatta fuori dal vaso. Mi ricorda uno sciopero che fu fatto a scuola da me (prima che ci arrivassi io) perché nei cornetti del bar della scuola c’era poca crema... Chi è che non rinuncerebbe a un giorno di scuola?
Ma non voglio concentrarmi troppo sulla cronaca di ieri, voglio parlare più in generale.
Specifico subito che non sono interessato direttamente agli aspetti relativi alla cronaca della giornata di ieri, ma alle implicazioni più profonde, a ciò che è emerso.
Forse Admin (puntata di SmartCycling di ieri) ha ragione: di questa protesta l'anno prossimo non ce ne ricorderemo più. Forse. Però secondo me c'è tutta una serie di aspetti di cui ieri non si è discusso, se non in parte, e che sono stati sommersi dalla cronaca contingente. Ma è di questi aspetti che si dovrebbe parlare, anche perché vanno a coinvolgere le fondamenta dello sport, del ciclismo professionistico. E gli effetti potrebbero essere molto estesi e molto duraturi.
Proviamo a fare un elenco di questi aspetti. Premetto che è un pensiero che mi è venuto stamattina in dormiveglia, quindi devo ancora mettere a fuoco tutti i dettagli della questione, e magari qualche aspetto non l'ho considerato.
- La percezione che hanno di sè i corridori, su quale sia l'obiettivo ultimo del loro lavoro;
- Il rapporto tra corridori e squadre;
- Il rapporto tra corridori e sindacato, e tra sindacato e organizzatori.
Proviamo ad analizzarli uno per uno.
I corridori si percepiscono come lavoratori: lo sono, e come tali hanno e devono avere dei diritti. Però non sono lavoratori comuni, sono sportivi. E a questo ruolo corrispondono onori (per alcuni molti, per la maggioranza meno) e oneri. Qui entra in gioco anche il secondo punto: i corridori sono dipendenti delle squadre, che sono finanziate interamente dagli sponsor. Cosa chiedono gli sponsor? Esposizione mediatica, che deve essere massima e per quanto possibile associata ad aspetti positivi: l’esposizione mediatica migliore la si ottiene vincendo, andando in fuga, dando spettacolo. Si può dire che l’obiettivo ultimo degli atleti non è tanto vincere, ma dare visibilità agli sponsor che -pagando le squadre per cui corrono- pagano loro lo stipendio. Si può dire che ogni atleta, i ciclisti in particolare, siano uomini di spettacolo, attraverso lo sport e le sue regole (ribadisco, lo sport e le sue regole) devono intrattenere il pubblico in modo tale che i loro sponsor possano farsi pubblicità, i giornali vendere copie e le televisioni raccogliere spettatori. Che intrattengano andando in fuga, vincendo in volata o scornandosi sulle montagne poco importa, lo sport è il ciclismo e ha le sue caratteristiche e le sue regole. Ripeto, i ciclisti non devono comportarsi come orsi ammaestrati, artisti circensi o ballerini, ma devono avere ben chiaro che il loro unico scopo deve essere far divertire -con le loro imprese, con il loro modo di correre- il pubblico, noi. Se il pubblico non si diverte, le TV perdono ascolti, i giornali non vendono, gli sponsor non riescono a farsi pubblicità e quindi non ha senso tenere in piedi una squadra per dei corridori che corrono per correre, magari per vincere, ma non per divertire. I ciclisti, in questo caso, rimarrebbero disoccupati.
I ciclisti di oggi ritengo che abbiano un concetto piuttosto distorto del loro ruolo. Loro si pensano lavoratori, atleti. Non pensano però al fatto che il loro datore di lavoro non sono tanto le squadre, i loro DS. Sono gli sponsor, e in ultimo, il pubblico. Come gli artisti, loro devono tutto a noi, gli appassionati di ciclismo ed al pubblico generico. Se noi ci rompiamo le palle (o si rompono le palle gli sponsor), loro si ritrovano disoccupati. Vincere senza dare spettacolo e vincere con una impresa sono cose molto diverse. Nel primo caso hai svolto il tuo lavoro, ma non sei rimasto nel cuore e nella memoria degli appassionati: è solo un numerino in più nella casella vittorie, un elemento in più nel palmares, di cui probabilmente nessuno si ricorderà mai. Nel secondo caso rimani nella memoria della gente e degli appassionati, entri nel loro cuore, se fai qualcosa di davvero speciale entri forse nel mito, nella leggenda. Il valore di quella vittoria non si limita solo a quel momento, è duraturo e si rinnova nel tempo. Ancora oggi ci ricordiamo delle imprese della Mapei, della Mercatone Uno, dell’Ariostea, della Sanson, della Molteni, della Bianchi, e dei corridori che portavano quei colori. Perché ce li ricordiamo? Perché hanno compiuto delle imprese memorabili. Di chi è arrivato 8° al Tour risparmiando ogni stilla di energia, nascondendosi e facendo meno sforzi possibile, nessuno si ricorderà. Forse i suoi parenti. Forse.
Per gli artisti la connessione con il pubblico è diretta, perché loro (o chi per loro) vende direttamente a noi. Siamo noi che compriamo i dischi (scarichiamo le canzoni, sottoscriviamo gli abbonamenti ai servizi di streaming), siamo noi che compriamo i biglietti dei concerti. Per i ciclisti questa connessione è indiretta, ma esiste ed è fondamentale. Proprio per questo, però, gli atleti devono essere ancora più attenti a coltivarla e a mantenerla viva, proprio perché non hanno un riscontro diretto delle loro azioni, ma il pubblico comunque influisce sulle scelte delle squadre.
Parlavamo del rapporto tra corridori e squadre: ampliamo il discorso. È possibile che un corridore non comunichi al suo DS e quindi al suo datore di lavoro l’intenzione di astenersi dal lavoro? Sì, se fai uno sciopero sì. Però in questo caso lo sciopero non viene fatto per dare contro al datore di lavoro, ma è fatto per dare contro a un soggetto terzo, che nel mondo del lavoro comune non esiste: l’organizzatore. Il datore di lavoro in questo caso potrebbe persino essere tuo alleato, perché allora tenerlo allo scuro delle tue intenzioni? E perché se il datore di lavoro è a conoscenza delle tue intenzioni (a quanto pare i DS della Lotto lo erano), non si permette di farti cambiare idea se non la condivide? Non dico che non si debba discutere, ma alla fine con il tuo agire (corridore) danneggi anche loro (sponsor), e si torna al discorso di cui sopra. Insomma, qual è il potere che effettivamente hanno le squadre sui corridori? In caso di insubordinazione le squadre come possono rivalersi sui corridori? Perché il diritto di sciopero è sacrosanto, ma c’è modo e modo di scioperare.
Il rapporto tra corridori e sindacato mi pare il più delicato e quello che ne è uscito peggio dal confronto della tappa 19 del Giro 2020. Si capiva che i rapporti erano già tesi già tra corridori e sindacato, e che con questa operazione si sia tentato di accattivarsi le simpatie del gruppo. Facendo una colossale figura di merda. Anche perché il sindacato dovrebbe guidare, indirizzare le istanze dei propri iscritti, giuste o meno che siano, e consigliarli. Non appoggiarli incondizionatamente. Sinceramente le modalità della protesta di ieri non mi sono parse per nulla corrette: non è stato dato modo a tutti di esprimersi con chiarezza, e non è stato dato modo agli organizzatori di decidere con la dovuta calma.
Altra cosa che mi è piaciuta molto poco, è la mancata presa di responsabilità di atleti e sindacalisti ieri nel dopotappa. Se tu protesti e credi in ciò che proponi, non devi avere problemi a dare spiegazioni e ad assumerti le responsabilità di ciò che è successo. In primo luogo perché lo ritieni giusto e doveroso, ne devi essere orgoglioso. Anche se va contro il comune sentire, anzi, a maggior ragione. Fatta così mi pare che tutti abbiano capito di averla fatta fuori dal vaso. Mi ricorda uno sciopero che fu fatto a scuola da me (prima che ci arrivassi io) perché nei cornetti del bar della scuola c’era poca crema... Chi è che non rinuncerebbe a un giorno di scuola?
Ma non voglio concentrarmi troppo sulla cronaca di ieri, voglio parlare più in generale.