Per chi vuole capire, per chi con Leonardo sostiene che “il piacere più nobile è la gioia del comprendere” una risposta vale più dei milioni, perché solo essa può farci afferrare, talvolta, il valore e la prospettiva delle cose. Soltanto allora possiamo distinguere fra il piccolo e il grande e come apparirà il pensiero alla luce dell’eternità. Vogliamo quella libertà che di rado ci appartiene, ché altrimenti il ricordo si lascia alle spalle il suo regno devastato, un tesoro che sconcerta, di cui non si sa veramente che cosa fare. Dobbiamo imparare a ridere in faccia all’inevitabile e a saper guardare anche alla morte, ad ogni rendiconto impossibile senza bisogno di una fede che ci è stata imposta dalla paura degli altri. Perché quando la solitudine alla fine vince, diventa religione: “inutili valori: pesci che non sanno nuotare“ (Bertoli): chinati!, inginocchiati!, prostrati!, recita l’atto di contrizione, trema di sottomissione, rimorso, paura, penitenza, segui la cecità della mente vuota. Confessa, pentiti, chiedi l’assoluzione, la vita è dissanguata, la felicità morta. O, in altre parole, puoi gridare a tutti che il Bassino è un campiome, un fenomeno, un corridore mai visto prima, il nuovo Mercks e anche qualcosa di più!
Se vuoi vivere, invece, non aspettarti mai che le cose avvengano come tu vorresti o te le immagini, perché esse stanno così come sono, magari si può cercare di correggerle appena un po’, aggiungendo qualcosa di fantastico che ci faccia pure arrabbiare, ma anche sognare. Perché, come dice Battiato, “vivere 20 o 40 anni in più è uguale, difficile è capire ciò che è giusto! E per me il giusto coincide con il capire il mondo e il ciclismo (sua metafora) al di là delle narrazioni imperanti!
Una sosta lucida nel belvedere del tempo, una panchina con vista in un mondo passato, dove sarei voluto restare, ma che l’imbecillità di un momento mi aveva fatto smarrire, ci perdevo la testa, mi si stringeva il cuore e non avevo, ad esempio, l’autoironia di Giacome Neme ad offrirmi rimedi. E il giorno dopo San Sebastian lo spavento poteva essere anche più grande. La mente rivela all’improvviso la sua inadeguatezza e cerca la solidità di una forma cui appigliarsi, affinché non si perda la coscienza di sé che in parte resta. Ma c’è la vita, il suo bene e il suo male e va guardata in faccia, senza lasciarsi accecare da quanto Marx chiama sovrastrutture. Non cercai consolazione allora, né alleati per le opinioni forse sbagliate, se confrontate con quei cori falsi (per me) e solenni e (sempre per me) ripieni di luoghi comuni, ne avevo abbastanza; c'era solo da auspicare, nel mio vago pensare, che il futuro appartenesse a quella gente vera che nel ciclismo non promette nulla, ma che sa mantenere e che non impone giammai la maschera di una “falsa” dignità.
Era difficile ottenere allora “réponse” bensì solo “riposte” “et il faut faire avec”, però ho capito che mai niente, più dell'incomprensione ti tenta alla sfida, inebria, spinge “all’ultimo” messaggio, perché sai che l’acqua (sarebbe l'idea) ch’è in bocca forse ancor non è spenta. Di quest’acqua conservo una sete perenne e mi riprometto di trovare il gorgoglio, anche se dovessi sempre subire quello che una volta fu un ben gelido getto. Forse la fonte sta sopra al multiforme decadere, che è proprio della vita dell’uomo e può avere qualcosa, nonostante tutto, da dire. O almeno da dirmi! C’è solo da augurarsi che, dopo la guerra persa, si possa pensare non alla conquista e all’umiliazione, ma che ci accolga la bontà di un sorriso. E questo è arrivato con il Giro d'Italia, l'Olimpiade, il Campionato del Mondo e il Giro di Lombardia.
Dov’è felicità maggiore di quel che prova la mente umana quand’è innalzata al di sopra della confusione e dell’incomprensione? Esiste una visione di gioia che non sia anche di scoperta? La verità non è mai sterile e da tutti, credo, dovrebbe essere concupita.
Mi rammento di Corfù, con la nave che andava in quell’alba d’estate, incuneandosi fra le pareti del porto ed io alzavo gli occhi a cercare le immagini degli alberelli che, in lontananza, spuntavano dalle screpolature della roccia. E pensavo al loro bisogno di sole, di luce di acqua, incastrati come sono in quell’abisso di arida argilla. Che sia simile al mio? Imbarazzato, preferisco assegnarmi qualcosa di meno letterario: cogliere un’idea, cercare il paradigma dell’eterno, decodificare l’astratto e vederne la figura con la coscienza relativamente tranquilla.
Curiosità? No, la curiosità vera è tutt’altra cosa: superna figura retorica che rispecchia, nella forma sua perfetta, l’informe imperfezione dell’uomo. Un vezzo o forse un gioco poetico e intellettuale che dura non si sa, ancora, quanto. È la metamorfosi o soltanto il riverbero di un raggio che cade dall’alto per illuminare il nostro viver quotidiano.
Volevo capire? Solo questo? Sì perché ivi confluisce tutto un quadro che è molto più del ritratto: si può usare per tornare a se stessi, rovesciare la luce nel buio, come capita a chi fissa il sole e rischia di farsi male. Sì la strada potrebbe condurci a quanto di peggio siamo stati, ma ci spoglierebbe almeno di ogni presunzione, per presentarci nudi in quel paese d’ombre, che è la nostra psiche. Senza qualsivoglia illusione che ci bendi gli occhi, potremmo conoscerci e con noi gli altri, due per tutti: il Bassino e il Gobbonero!
E se questo è poco, altro non c’è e accontentiamoci che fin qui il film è finito bene.
Se uno odia un altro, talvolta si sforza di augurargli il male, ma l'ira agisce spesso anche contro di sé e allora si dovrà sempre pensare che sia giusto continuare, sapendo che può trasformarsi in specchio e quindi autolesionismo, “cupio dissolvi”? Ma "imbecillità" è la religione di tutti e quindi non mi ribello a questo tipo di debolezza, che è pure dentro di me.
Non ammettere di sbagliare sembra una "forza", ma in realtà è l'opposto e, prima di essere capace di insegnamento bisogna essere consci dei propri errori e quindi quel che dico vale per l'oggi e non certo per il domani, che può essere anche molto peggiore! E si potrebbe addirittura prospettare qualcosa che non esiste:un inferno personale, per chi non considererà poi che per condannare un uomo ce ne vogliono di cose; pur se l’abbiamo visto alla finestra col fucile, dovrebbe esser nostra cura considerar ben bene, se proprio costui avesse avuto l’intenzione di sparare.
Concludo da perplesso tifoso a cui quest'anno molte cose sono andate bene (sia nel ciclismo che nel calcio), se non benissimo, e che rimemora invece gli anni nei quali qualche volta vinceva anche il Bagnino e nei quali piangeva interiormente di fronte alle ingiustizie; qui scrive la fine di una prosa, di sicuro incompiuta, perché comunque bisogna continuare ad interrogarsi, speriamo con modestia, sulle forme che assume la vita del ciclismo, oltre a quella "tout court" e che, se non si sta attenti, si perdono nel buio!
