Di Vino si è detto tutto, il ciclismo perde tantissimo, perde spettacolarità, imprevedibilità, determinazione selvaggia, spirito d'avventura. E perde un uomo pieno di dignità , nella squalifica, nel non parlare,nel difendere il proprio diritto a tornare dopo la Liegi vinta e gli insulti che gli avevano rifilato. Ha splendidamente narrato se stesso in ogni momento della sua carriera e in un'intervista che lessi su Bicisport a gennaio.
Un grandissimo, un hombre vertical, espressione di Grassi, credo. In quell'intervista parlava anche di Pantani lui trova Marco nella cosa che gli è più simile: il coraggio, mai sentirsi battuti, nemmeno da Armstrong.
E poi dava la sua visione del ciclismo: la fame, la fatica, il coraggio, l’attacco come visione del mondo, l’avventura. Questo insegnerà ai giovani dell’Astana, disse in quell'intervista, insieme a una cosa giustissima e pantaniana: fra uguali, a fare la differenza è il coraggio, affrontare la salita non per lasciarsela dietro ma per vincere, sempre, mai partire battuti.
Sul doping Vino è spietato come pochi al mondo,il ciclista, disse, è solo, i patti sono chiari: solo quando fai una scemenza, solo quando devi pagare, stop
Mi potete squalificare, è la legge, ma lo spettacolo d’arte varia del ciclista che se ne va piangendo non ve lo do.
Grandissimo Vino, che la tua vita sia serena e grazie per il ciclismo che ci hai dato.
